Gli Occhi dell’Africa 2023

Torna a Pordenone, dal 3 novembre al 20 dicembre, la rassegna di cinema e cultura “Gli occhi dell’Africa“, giunta alla XVII edizione, promossa da Cinemazero e Caritas, con il Centro culturale Casa dello Studente, il Centro Missionario Diocesano e altre realtà associative del territorio. Quest’anno, in collaborazione con Pordenone Docs Fest, la manifestazione cambia pelle e punta sul cinema documentario, per accendere i riflettori su alcune questioni chiave, come il cambiamento climatico, le sfide politiche ed economiche che attraversano il continente. Ambiente, economia, democrazia sono le parole chiave di questa edizione, che riparte dai problemi per affrontarli e analizzarli in una nuova luce. Sono questioni che rendono la vita sempre più difficile in alcuni luoghi e influenzano anche il rapporto degli Stati africani con il nostro Nord del mondo. 

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Ad aprire la rassegna, venerdì 3 novembre alle 20:45 a Cinemazero, sarà l’anteprima nazionale di un film pluripremiato – miglior documentario al Tribeca Film Festival: Between the Rains di Andrew H. Brown e Moses Thuranira: la storia personale di Kole, un ragazzo del Kenya, alle prese con continue gravi siccità e il rischio di conflitti tra popolazioni vicine, per contendersi i pascoli. Interviene Anna Pozzi, giornalista e scrittrice, redattrice del mensile “Mondo e missione”, è tra gli autori del Rapporto Immigrazione Caritas Migrantes 2023. Collabora con diverse testate per le quali ha realizzato reportage dai Paesi dell’Africa e del Medio Oriente. È specializzata in migrazioni, tratta di persone e nuove schiavitù, temi sui quali ha pubblicato vari volumi. 

Il secondo film in programma, il 10 novembre alle 20:45, è dedicato al sogno di Bobi Wine, cantante afrobeat amatissimo nel suo Paese, di portare la democrazia in Uganda dopo anni di dittatura. Bobi Wine, The People’s President di Moses Bwayo e Christopher Sharp racconta la campagna elettorale, densa di passione, di un uomo che non ha paura di sfidare le forze dell’ordine per dare voce a chi non ce l’ha. Interviene Fabrizio Lava, fotografo professionista e cooperante. 

Lava è anche l’autore di una delle due mostre fotografiche che verranno inaugurate in occasione della rassegna il 10 novembre alle 18:00: “Il cuore del Congo. Viaggio attraverso i volti dell’Africa”, nello “Spazio Foto” del Centro culturale Casa dello Studente di Pordenone. Nei “Nuovi Spazi”, invece, sarà allestita l’esposizione “Sguardi Plurali”, con le fotografie dei vincitori nazionali del bando di Camera Fotografia, FIERI e Società Umanitaria di Carbonia: 19 autori di origini straniere, provenienti da tutta Italia, alcuni giunti da pochi anni, altri nati qui. Sarà presente Oleksandra Horobets, una degli autori, giovane fotografa di origine ucraina, nata nel 1997, iscritta presso l’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Urbino.

Il terzo appuntamento cinematografico, venerdì 17 novembre alle 20:45 a Cinemazero è con Xaraasi Xanne (Crossing Voices) di Bouba Touré e Raphaël Grisey: la storia di un’utopia che riemerge dagli anni Settanta: il rivoluzionario ritorno a casa, in Mali, di un gruppo di operai emigrati a Parigi, per fondare una cooperativa agricola e coltivare un sogno. Interviene Pietro Cingolani, ricercatore in Antropologia Culturale all’Università di Bologna, esperto di processi migratori, transnazionalismo, etnografia urbana, relazioni inter-etniche, relazioni tra mobilità e segregazione sociale. Il suo ultimo libro è “Etnografia delle migrazioni” (Carocci, 2023).

Venerdì 24 novembre alle 20:45 è in programma un’altra anteprima nazionale: “Money, Freedom, a Story of the CFA Franc”, della giornalista afro senegalese di Katy Léna Ndiaye. L’autrice ricostruisce la storia di una moneta, il franco CFA, un’eredità coloniale bizzarra e comoda per Parigi e l’Unione europea. Nell’occasione verrà presentato il Calendario Cuamm 2024 di Medici con l’Africa.

La rassegna comprende, come da tradizione, anche alcuni incontri all’Università della Terza Età di Pordenone, intitolati “Scoprendo l’Africa”. Martedì 7 novembre, alle 15:30, nell’auditorium della Casa dello Studente, il noto giornalista Giuseppe Ragogna parlerà della Repubblica Centrafricana e dei progetti Cuamm Medici con l’Africa in questo Paese. Al Marocco al femminile sarà dedicato l’incontro di martedì 28 novembre, sempre alle 15:30. Inoltre, per i bambini della scuola primaria, è in programma alla Casa dello Studente, sabato 4, 11 e 18 novembre, un laboratorio per costruire dei coloratissimi braccialetti con disegni e motivi africani, realizzati con la cartapesta, a cura dell’artista Ilaria Bas.

Non mancherà un concerto d’eccezione: sabato 25 novembre sul palcoscenico del Teatro Zancanaro di Sacile si esibirà la regina dell’Afro Groove Manou Gallo, nell’ambito de “Il volo del jazz”. Cantante, bassista, percussionista e band leader della Costa d’Avorio, Manou Gallo è considerata fra i dieci migliori bassisti al mondo, un’artista in grado di unire il funk e il groove alle eredità africane. 

La rassegna “Gli occhi dell’Africa” viene realizzata grazie al sostegno della Regione FVG, del Comune di Pordenone – Assessorato alla Cultura e di Nuovi Vicini Società Cooperativa Sociale, con la partecipazione di Circolo Controtempo – Il Volo del Jazz.

Il muro sopra Berlino

                                   Dove la mano dell’uomo non aveva messo piede …

                                                                                  sentieri di cinema!

Di Andrea Crozzoli

«Ich bin ein Berliner.» disse John F. Kennedy il 26 giugno 1963 parlando a cinquecentomila persone davanti al Rathaus Schöneberg di Berlino ovest per manifestare tutta la sua solidarietà ai berlinesi.

Devo confessare che anch’io mi sento, modestamente, in qualche modo un po’ berlinese avendo trascorso dal 1982 al 2022 otto/dieci giorni, ogni febbraio, per seguire la Berlinale, ovvero il festival del cinema. In totale oltre 365 giorni, ospite di carissimi amici in Apostel Paulus Straße, proprio nel quartiere di Schöneberg, a pochi metri da dove aveva parlato Kennedy nel 1963.

Per tutti gli anni ’80 ho frequentato una Berlino fortificata da un muro lungo oltre 150 chilometri, un’ambigua sfavillante isola chiusa nel cuore della Germania Est. Una città senza periferia e senza possibilità di scampo, incuneata in mezzo a quella Germania rimasta nel dopo guerra sotto l’influenza russa assieme a tutto l’est europeo: Polonia, Romania, Ungheria, Cecoslovacchia etc.

Quell’isola, amministrata dalle potenze occidentali, e quel muro vennero eletti a simbolo della divisione del mondo in due blocchi “per intere generazioni” e come tutti i simboli Berlino Ovest  doveva rappresentare un maniera evidente ai tedeschi dell’est, al di la del muro, la differenza che intercorreva fra loro e l’abbagliante magnificenza del capitalismo. In questa specie di bolla esistenziale, iper finanziata in ogni suo aspetto, Berlino Ovest non poteva permettersi nemmeno di spopolarsi, per cui i giovani che decidevano di andarci a vivere erano esonerati dal servizio militare e potevano godere di lauti contributi pubblici per avviare ogni tipo di iniziativa. Tutto doveva funzionare alla perfezione, persino l’illuminazione pubblica, per intensità e potenza, doveva ricordare, a chi era rimasto al di la del muro, l’abbagliante glamour della ricchezza capitalista. Era una città/vetrina, con la Berlinale affidata allo svizzero Moritz de Hadlen, abile uomo di cinema ed esperto organizzatore, che dal 1982 fece velocemente crescere un festival dal taglio culturale interessante, con un forte legame col cinema hollywoodiano, una giusta dose di autoriale divismo, un mare di film da ogni parte del globo e un copioso catalogo. L’unico vero  grande festival cittadino in Europa, con la partecipazione di decine di migliaia di spettatori paganti alle proiezioni che si annidavano anche in piccole, ma accoglienti, sale, come quella nei pressi della Walther Schreiber Platz che ti accoglieva sempre con un caffè caldo dopo una camminata al gelo del febbraio degli anni ’80.

Il centro del Festival era allora allo Zoo Palast, tre schermi con oltre 1.300 posti, allocato all’inizio della Kurfürstendamm, elegante strada sulla quale si affacciavano boutique, alberghi di lusso, grandi magazzini, gioiellerie e cinema. Il cuore pulsante della Berlino Ovest di allora che doveva, oltre che abbagliare con le rutilanti luci, infondere cultura che non fosse solo sfacciatamente capitalista o di parte ma, nella sua articolazione, doveva dare spazio anche ai dissidenti e alle minoranze, per marcare la differenza con quello che succedeva al di là del muro.

Sul fronte cinema il festival ha riservato da sempre un occhio di riguardo all’Italia, già dagli anni ’70 quando Pier Paolo Pasolini vinse l’Orso d’Argento nel 1971 per Decameron e l’Orso d’Oro nel 1972 per I racconti di Canterbury. Nel 1985 nella giuria internazionale trovava posto anche un autorevole Alberto Sordi reduce da Il Marchese del Grillo di Mario Monicelli, premiato sempre a Berlino nel 1982. Ma il centro della scena il cinema italiano lo conquistò nel 1986 con Federico Fellini che inaugurò fuori concorso il festival con Ginger e Fred e con Nanni Moretti e Liliana Cavani in concorso rispettivamente con La messa è finita (Orso d’Argento) e Interno berlinese pesantemente criticato da stampa e pubblico e, dulcis in fundo, con Gina Lollobrigida presidente della giuria.

Indimenticabile poi, sempre allo Zoo Palast nel 1987, la proiezione, in anteprima europea assoluta e in nuovo avvolgente dolby surround, di Platoon di Oliver Stone premiato poi con l’Orso d’Oro per la regia.

Si avvicinava, intanto, quel fatidico 1989 e la caduta del muro, ma i prodromi si erano già manifestati diverso tempo prima con l’URSS che attraversava una fase di riforme e grandi cambiamenti fra cui un minor controllo sui Paesi del Patto di Varsavia. Venute meno le rigide imposizioni dell’URSS, gli apparati governativi della Germania Est nel 1988 e 1989 non reagirono duramente alle proteste interne ma accettarono passivamente la situazione. Già nel nevoso febbraio del 1989, l’anno dell’Orso d’Oro a Rain Man di Barry Levinson, passando vicino alla Porta di Brandeburgo, nel settore ovest, si sentivano nitidamente dei colpi di martello, erano i mauerspechte, ossia i “picchi del muro”, dotati di martelli e scalpelli. Fra i molti mauerspechte ricordo un giovane con martello e scalpello che stava riempendo lo zaino di pezzetti del muro di cemento armato per portarli in Canada, dai suoi amici, come trofei. Gli chiesi in prestito gli attrezzi e recuperai anch’io il mio pezzetto di muro berlinese. In sostanza nessuno fermava, di qua e di là, la lenta erosione del muro, il simbolo della cortina di ferro, del mondo diviso in due blocchi. Un muro che avrebbe nel tempo generato tristemente altri muri. Alcuni mesi dopo, esattamente il 18 ottobre 1989 Erich Honecker, storico leader della DDR, a seguito di proteste popolari, rassegnava le dimissioni. Si arrivava così a quel fatidico 9 novembre 1989 quando poco prima delle 19, alla conferenza stampa in diretta televisiva, il portavoce del governo della DDR, Guenter Schabowski, affermò che in pratica, si sarebbe potuto attraversare il Muro. «Da quando?» gli chiese il corrispondente italiano dell’ANSA. «Da subito!» rispose imprudentemente Schabowski. Questo annuncio televisivo spinse subito decine di migliaia di berlinesi dell’est verso i varchi del muro che separavano la città. I Vopos, colti di sorpresa da un afflusso così massiccio, alzarono le sbarre permettendo a tutti il passaggio senza controlli. Per tutta la notte il flusso di tedeschi dell’est venne accolto dagli applausi di tanti concittadini dell’ovest. L’implosione del regime divenne realtà. Il crollo del muro, senza scontri violenti, cambiò completamente, da quel momento, l’assetto dell’Europa. Quel 9 novembre del 1989 il vero crollo fu anche quello della volontà della dirigenza della DDR di tenere imprigionato tutto un popolo. Infatti il Muro, aldilà del tratto più televisivamente conosciuto, ossia quello davanti alla Porta di Brandeburgo, non fu demolito né quel giorno né nelle settimane successive ma un po’ alla volta fino alla fine del ’91. Ma l’iconografia scolpita nelle menti rimane quella dei ragazzi che si arrampicano sul Muro tirandosi su a vicenda. In tre giorni, due milioni di persone passarono il confine sancendo la fine di un mondo. Berlino così andava assumendo un nuovo volto, una nuova dimensione. Nel febbraio 1990 a poco più di tre mesi dalla caduta del muro, all’uscita delle proiezioni allo Zoo Palast, si potevano incontrare i tedeschi dell’ex est con in testa il colbacco d’ordinanza e il naso incollato sulle vetrine di gioielli e orologi lungo l’elegante Kurfürstendamm.

Nel febbraio 1991 intanto la sede principale del festival veniva spostata dallo storico Zoo Palast alla Haus der Kulturen der Welt, struttura costruita dagli americani negli anni ’50 all’interno del Tiergarten, il più famoso ed esteso parco berlinese. Quell’anno vinse l’Orso d’Oro Marco Ferreri con La casa del sorriso un caustico film sulle vicende amorose in un ospizio. Berlino inoltre, per il suo forte valore simbolico, è stata da sempre protagonista di un’ampia produzione cinematografica e la Berlinale confezionò, a pochi anni dalla caduta del muro, un ciclo di film dedicato alla città e al muro. Nella prestigiosa sala del Delphi FilmPalast assistemmo ad una proiezione, gremita fino all’inverosimile, di Totò e Peppino divisi a Berlino esilarante film del 1962 di Giorgio Bianchi con irresistibili duetti fra Totò e Peppino De Filippo travolti e divisi dalla costruzione del muro durante la loro trasferta tedesca. Nel frattempo a Berlino iniziarono poderosi e lunghi lavori per ricostruire un’unità fra le varie parti della città. Alla Potsdamer Platz, sulle ceneri del terreno lasciato libero dal muro, venne realizzato il nuovo fulcro centrale della città con la costruzione di strade, gallerie di negozi, teatri e svariati cinema multisala. Dalla caduta del muro si registrò contemporaneamente un progressivo impoverimento della popolazione dell’est; già nel febbraio del 1991 si vedevano non poche persone che vendevano per strada le poche cose di cui erano in possesso per recuperare qualche soldo: scarpe, suppellettili e oggetti diversi venivano esposti sulle panchine lungo i viali. I lavoratori delle poste situate nelle zone est percepivano salari inferiori ai loro omologhi dell’ovest.

Si attraversò in seguito a Berlino anche lunghi periodi in cui era impossibile trovare un’auto di seconda mano in quanto il mercato era stato completamente assorbito dalla richiesta dell’ex est per sostituire le ormai obsolete Trabant con l’usato occidentale. A questa crisi si aggiunse anche uno scadere drastico di tutti i servizi sociali prima garantiti. Sul fronte cinema, intanto, nel 1994 l’Orso d’Oro alla carriera venne assegnato ad una splendida Sophia Loren, vestita da Armani, con proiezione de La ciociara di Vittorio De Sica, mentre Bernardo Bertolucci presentò Piccolo Buddha fuori concorso. Ma è con l’anno 2000 che la Berlinale si trasferì finalmente nella nuova Potsdamer Platz disegnata da Renzo Piano e nel Theater am Potsdamer Platz con i suoi 1.754 posti ed assunse l’aspetto attuale di vero e proprio festival internazionale adulto e compiuto. Ormai i segni della divisione fra est ed ovest erano diventati sempre più labili, anche un certo razzismo che serpeggiava nei confronti degli abitanti dell’est sembrava svanito. Il decennio degli anni 2000 si aprì con l’Orso d’Oro a Magnolia di Paul Thomas Anderson interpretato da Tom Cruise e seguì con importanti film premiati con l’Orso come nel 2004 La sposa turca di Fatih Akin o nel 2006 Il segreto di Esma di Jasmila Žbanić sui devastanti traumi del conflitto nei Balcani. Lo stesso anno si vide sugli schermi del festival anche Bye Bye Berlusconi! di Jan Henrik Stahlberg, un film tedesco di satira sulla politica italiana che terminò, non appena si accesero le luci in sala, con l’ingresso della milanese Banda degli Ottoni a Scoppio che suonava l’Internazionale e tutto il pubblico emozionato si alzò in piedi e li accolse con un lungo e convinto applauso, manifestando quella certa Ostalgie (nostalgia dell’est) che serpeggiava da tempo in molti strati della società berlinese. È del 2003, infatti, il film culto sulla caduta del muro, quel Goodbye Lenin! di Wolfgang Becker sugli stravolgimenti sociali e urbani che seguirono al crollo. Film premiato alla Berlinale di quell’anno che è divenuto uno dei più grandi successi nella storia del cinema tedesco. Un film che rende più radicalmente conto dei cambiamenti, facendo emergere anche un certo ambiguo rimpianto per un mondo ormai definitivamente perduto. A distanza di 34 anni dalla caduta del muro, rimasto in piedi del resto per soli 27 anni, l’impressione che si ha è quella che i berlinesi, in tutta questa complessa storia, abbiano forse maturato la convinzione di aver “gettato il bambino assieme all’acqua sporca”!

Incontri d’Autunno | La montagna al Cinema

Rassegna video-cinematografica del CAI Pordenone

La rassegna video-cinematografica autunnale, ogni giovedì dal 9 al 30 novembre, propone quattro incontri che hanno l’obiettivo di rappresentare tante diverse facce della Montagna: dalle grandi pareti di roccia al mondo nascosto nel buio degli abissi, a quello della fotografia naturalistica – e d’inchiesta – che questi grandi scenari ha il privilegio e la capacità di catturare.
Protagonisti del primo incontro, il 9 novembre, saranno Roberto Valenti, alpinista accademico del Club Alpino Italiano, ambientalista e fotografo naturalista, ed Ervin Skalamera, da sempre appassionato della natura e fotografo dall’età di 20 anni. Con le loro multivisioni faranno immergere gli spettatori nei silenzi della Patagonia immensa e li porteranno a fare sci alpinismo nel Nord della California, attraverso la Sierra ed i vulcani Mount Shasta e Lassen Peak. Per concludere questo viaggio con il video “Global Warming”, il racconto di come comunità umane sempre più energivore abbiano accelerato il cambiamento, alterando l’equilibrio energetico del pianeta. Il nostro “optimum climatico”, a cui ci eravamo egoisticamente affezionati, si sta sgretolando e noi uomini “non dobbiamo restare a guardare”.
Il 16 novembre appuntamento con Silvia Petroni, pisana, alpinista, laureata in fisica e scrittrice. Ha pubblicato il libro “Il vuoto tra gli atomi” che ha partecipato alla 25ª edizione del “Premio Italo Calvino”. Singolare il suo percorso di vita, che l’ha portata dalla ricerca universitaria all’attività alpinistica, che pratica attualmente in ambienti e su terreni diversi, e alla narrativa. Lo racconterà attraverso alcune proiezioni che spazieranno dall’Arco Alpino – con prime ripetizioni femminili da capocordata e prime e seconde ripetizioni assolute nelle Alpi Orientali – alle Alpi Apuane. Per concludere questo viaggio con un filmato sulla goulotte di misto da lei aperta il 22 febbraio 2020 – ovvero subito prima dell’esplosione della pandemia e del conseguente lockdown – che ha chiamato “Spillover Gully”.
Nell’incontro del 23 novembre, gli spettatori potranno scendere nel mondo ipogeo con Roberto Tronconi che presenterà il film “Corchia, la montagna vuota”, documentario di grandissima fattura, frutto di un lungo e meticoloso lavoro di ricostruzione storica. Attraverso i racconti di alcuni dei protagonisti dell’impresa si rivivono le tappe fondamentali dell’esplorazione dell’Antro del Corchia, sistema che ad oggi è uno dei maggiori complessi carsici in Italia ed Europa. Il narrato è accompagnato dalle ottime riprese girate ad hoc, per ripercorrere le gesta degli esploratori dell’epoca, arricchito da foto e documenti originali.
Il 30 novembre, una serata speciale dedicata alle Dolomiti Patrimonio Mondiale UNESCO. Protagonisti Ivo Pecile, Marco Virgilio e due dei loro documentari che raccontano per immagini le caratteristiche paesaggistiche e geologiche dei Parchi dolomitici. Le splendide immagini, realizzate grazie a lunghe sessioni di lavoro in ambiente, riescono a cogliere la natura meravigliosa di queste fantastiche montagne. Le interviste ai gestori dei Parchi, agli esperti naturalisti e agli studiosi di geologia dell’area dolomitica, completano il viaggio immersivo nel Patrimonio Mondiale raccontandone le peculiarità e le sfumature meno note.
Per info

PERCHÉ I FILM SONO SEMPRE PIÙ LUNGHI?

Di Marco Fortunato

In questi giorni a Cinemazero sono in programmazione, tra gli altri, l’ultima fatica di Martin Scorsese Killers of the flower moon (tre ore e 26 minuti) e la Palma d’Oro, Anatomia di una caduta di Justine Triet (due ore e trentasei minuti), che seguono di poche settimane l’applauditissimo Oppenheimer di Christopher Nolan (tre ore). Tre opere accomunate dal minutaggio importante che hanno riaperto il dibattito, peraltro ciclico, sulla lunghezza dei film.

In generale l’impressione è che negli ultimi anni quest’ultima sia aumentata notevolmente. Non solo quella dei grandi film d’autore ma anche quelli delle opere più popolari, in particolare le commedie, che fino a pochi anni fa di solito si aggiravano sui 90 minuti. Precisiamolo subito a scanso di equivoci: di film lunghi è ricca la storia del cinema, ciò che in questa sede ci interessa è analizzare il mercato nel suo insieme per capire se possa essere individuata o meno una tendenza e quali possano esserne le motivazioni.  Ma partiamo dai dati.

 Un interessante articolo apparso sull’Economist pochi giorni fa ha analizzato oltre 100 mila film dagli anni Trenta, quando il sonoro ha stabilizzato la durata dei film, fino ai giorni nostri, evidenziando come la durata media dei lungometraggi sia passata da un’ora e 21 minuti del 1930 ad una di un’ora e 47 del 2022, con una crescita del 24%. Proviamo ad analizzare quali possono essere le ragioni di questa evoluzione.

Premesso che non si è trattato di una crescita lineare, i numeri raccontano che la durata dei film tra gli anni ‘30 e ‘70 si aggirava in media sui 90 minuti. Una delle ragioni di questa stabilità era da ricercare nella pressione coordinata di produttori ed esercenti entrambi propensi a limitare la durata dei lungometraggi. Va considerato che, nell’era della pellicola, la materia prima – ovvero la celluloide – era una voce molto importante e costosa del budget, per cui fare un film più corto significava utilizzarne di meno e dunque risparmiare.  Anche gli esercenti dei cinema, per motivi diversi ma pur sempre di natura economica, vedevano di cattivo occhio le opere eccessivamente lunghe. Per essi, infatti, valeva l’equazione che tanto più il film è breve, tanto maggiore è il numero di spettacoli che si possono programmare e di conseguenza di biglietti che, potenzialmente, si possono staccare. E dunque anche loro erano interessati ad una sorta di moral suasion per contenere l’estro creativo degli autori.

Una svolta si ebbe con l’avvento della televisione e il conseguente desiderio dell’arte cinematografica di distinguersi da quella televisiva, anche – ma non solo – per la grandiosità del racconto. Tra i primi anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta (con Lawrence d’Arabia nel 1962 che sfondò la soglia delle tre e mezza quindi con Cleopatra, l’anno successivo,la cui durata iniziale avrebbe dovuto essere di oltre quattro ore per poi essere ridotta, fino a Il padrino nel 1972 con due ore e 55 minuti passando per 2001 Odissea nello spazio con le sue due ore e mezza) la durata media dei film inizio ad aumentare, anche in maniera discontinua. Anche negli anni successivi non mancarono i kolossal del minutaggio, come ad esempio Novecento di Bertolucci, anch’esso costretto a dividere il film che, insieme, superava le cinque ore, o C’era una volta in America di Sergio Leone (162 minuti), ma senza che ciò riuscisse a determinare una tendenza stabile ed univoca.

La vera rivoluzione coincise con l’avvento del digitale che abbatté drasticamente i costi di lavorazione. Quando i dischi rigidi sostituirono la pellicola vennero meno le ragioni economiche che i produttori avevano utilizzato per limitare la creatività degli autori. Anzi la situazione quasi si ribaltò poiché, una volta messo in piedi il set (e pagato il cachet di maestranze ed attori) era conveniente sfruttarli al massimo e, nel dubbio, girare una scena in più – a set allestito – poteva essere una buona idea.

In questi anni presero ad affermarsi le saghe, o film a episodi, a partire da Il signore degli anelli i cui eccezionali incassi dimostrarono che il pubblico non aveva nulla contro i film lunghi e anzi, se la trama lo appassiona, considera la durata una virtù, specie se la sceneggiatura è tratta da un romanzo, quasi che la lunghezza del film fosse associata al riconoscimento ed al rispetto per il racconto originale.

Sulla scorta di questo successo la maggior parte dei film “ad episodi” dagli anni Duemila in poi hanno avuto durate considerevoli. Due ore e ventitré minuti per I pirati dei Caraibi nel 2001 (che fu un successo enorme); Harry Potter e la pietra filosofale (il primo film, del 2002), due ore e trentadue; Guerre stellari episodio VI nel 2005, due ore e venti. E poi ancora I pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma nel 2006, due ore e trenta; Avatar, due ore e quarantadue; Il cavaliere oscuro, due ore trenta; addirittura Martin Scorsese è arrivato a tre ore per The Wolf Of Wall Street e i film di 007 con Daniel Craig sono tutti oltre le due ore venti.

In questi ultimi anni questa tendenza si è ulteriormente consolidata. Basti pensare alla saga degli Avengers (i cui capitoli sono quasi tutti tra le due ore e mezza e le tre) ma anche a film d’autore come Babylon, Avatar 2, The Irishman e al recentissimo Oppenheimer, oltre ai due film citati in apertura.

Le ragioni di questo consolidamento potrebbero essere di due tipi ed in qualche modo rappresentare un’evoluzione dei due motivi che hanno originato questo processo, entrambi a loro volta evolutisi a seguito dell’ingresso sul mercato dei nuovi attori del settore: le piattaforme di streaming. Da un lato infatti il loro ruolo, sempre maggiore, come produttori ha fatto venire meno qualsiasi ostacolo di natura economica. Queste realtà, spesso con grandi società di capitali alle spalle, hanno infatti investito budget senza precedenti e spesso proprio questa disponibilità di risorse – quasi assoluta – è stata utilizzata come leva per attrarre i grandi autori contemporanei (pensiamo a Scorsese ma anche a Cuaron o altri cineasti che hanno pubblicamente dichiarato di aver accettato l’offerta dei colossi dello streaming perché essi garantivano loro totale libertà creativa e, a differenza dei produttori tradizionali, non ponevano nessun vincolo di budget). Dall’altra proprio l’affermazione di nuovi contenuti audiovisivi, come le serie televisive rese popolari dalle piattaforme, ha cambiato i meccanismi di narrazione, spingendo gli autori a un cambio di prospettiva nella costruzione del film. Con un duplice effetto. Da una parte si registra una maggior inclinazione ad approfondire i singoli personaggi del racconto, anche quelli secondari, mutuando uno stratagemma tipico dei racconti seriali che, basandosi sugli indici di ascolto delle singole puntate – o in questo caso della visione dell’episodio della saga – in cui è più o meno presente un determinato personaggio cercano di capire il suo appeal sul pubblico e di conseguenza adeguarne la presenza, riducendone o aumentandone il minutaggio. In un film ciò significa impostare su un personaggio un sequel. Dall’altra la tendenza è ad esaltare le potenzialità visive e sonore del mezzo cinematografico lasciando spazio a dei virtuosismi visivi e sonori, non sempre necessari al racconto, ma funzionali a dare al pubblico l’impressione di assistere a qualcosa di unico e di non replicabile in un’esperienza casalinga – pensiamo all’utilizzo di alcuni effetti speciali o all’ampio uso di droni – quasi a voler esibire la grandezza dell’operazione (e la capacità tecnica del suo autore) e giustificare che la visione di quel film “meriti la sala”.

Ma davvero quello che vuole il pubblico è solo vedere film più lunghi? Spesso l’impressione degli spettatori va nella direzione opposta e non è raro ascoltare o leggere dei commenti a un film che una maggiore sintesi avrebbe giovato all’efficacia della narrazione. A questo proposito, a Natale, arriva sul grande schermo un film decisamente in controtendenza: Fallen leaves di Aki Kaurismäki, un’emozionante commedia sull’amore, essenziale e minimalista nella messa in scena, che dura solamente 81 minuti. Troppo poco per meritare la sala? Al pubblico l’ardua sentenza.