I festival al tempo del Corona virus: non solo streaming, occhio alle risorse!

Un report dall’ultima assemblea dei festival di cinema italiani

Di Riccardo Costantini

C’è chi il festival ha fatto appena in tempo a realizzarlo, prima dell’emergenza (come il Trieste Film Festival); c’è chi lo aveva praticamente pronto (come Le voci dell’inchiesta o il Bergamo Film Meeting), ma ha dovuto sospenderlo e posticiparlo; c’è chi lo ha prontamente spostato, ma comunque ora si trova davanti a un bivio – on line o in presenza (Far East Film Festival)? – col perdurare della situazione negativa … Una situazione estremamente complessa e confusa, ovviamente non dipendente minimamente dai singoli festival, dalle varie organizzazioni. Le riflessioni su quello che saranno i festival, su quali le modalità di proposta dei contenuti, su come il pubblico potrà o non potrà partecipare sono state il leitmotiv – latente o esplicito – della recente assemblea di Afic – Associazione Festival Italiani di Cinema, tenutasti il 22 di aprile. Oltre 80 partecipanti, per la prima volta e con ottimo risultato riuniti virtualmente in remoto: il solo dato numerico è stato già un vero successo. La voglia di ripartire, di creare, di innovare, di ritornare al pubblico poi sono stati l’altro elemento cardine e positivo dell’evento. Certo la situazione permane molto complessa e come giustamente ha ricordato più volte il direttore della Direzione Generale Cinema Nicola Borrelli, sono state innumerevoli le riunioni e gli incontri fra “macchina centrale statale”, regioni e varie categorie, aprendo fra l’altro alle più ampie forme di realizzazione dei festival, proprio per sostenere chi più in difficoltà e favorire e premiare chi creativamente affronta questo momento molto complesso (molte realtà, infatti, temono per le risorse disponibili, per le “maglie burocratiche” che costringono a utilizzare i fondi secondo i canoni tradizionali, o per il molto personale coinvolto nella realizzazione delle manifestazioni ora disoccupato…). E’ stata così una buona notizia e un ottimo segnale in questo momento la realizzazione di una app AFIC, avente lo scopo di promuovere tutti i festival associati AFIC e di crearne una mappa nazionale, consentendo proprio mentre i festival sono in maggiore difficoltà di raggiungere un pubblico di spettatori più ampio, fatto di appassionati di cinema e giovani che magari non conoscono ancora tutte le realtà esistenti sul territorio nazionale. Chiara Valenti Omero – presidente AFIC – ha poi ottimamente sfruttato l’occasione per presentare i risultati del questionario rivolto ai festival soci e non soci, sviluppato e concluso da poco, e che offre uno spaccato importante e utile per il momento. Per esempio, un dato a cui fare attenzione è che già normalmente un gran numero di festival si è concentra nella riprogrammazione nella seconda parte del 2020 e che a causa dei rinvii dovuti all’emergenza attuale potrebbe crearsi negli ultimi mesi dell’anno un sovraffollamento potenzialmente preoccupante. Altrettanto interessante la riflessione sulla Mostra del cinema di Venezia – ovviamente punto di riferimento per tutti -, con le date che appaiono confermate, mentre le modalità di realizzazione dell’evento sono tutte allo studio e dovranno tener conto delle direttive nazionali. Appare così ovvio che quest’anno ogni festival dovrà immaginare delle modalità per lo meno ibride di proposta dei contenuti, con molti contenuti in streaming. AFIC sta preparando in questo senso un accordo con vari partner di importanza nazionale, sondando le possibilità di ospitalità sulla loro piattaforma. Ovviamente rimangono alcune perplessità generali: chissà se la gente avrà voglia di andare al cinema quest’estate, anche in forme diverse rispetto al solito, e chissà se da settembre/ottobre ci sarà il rischio di un nuovo lockdown… Sul fronte delle risorse, AFIC ha poi proposto l’introduzione di misure migliorative relative a Tax Credit e Art Bonus, incentivi importanti per le singole organizzazioni verso sponsor terzi e per recupero di patrimonio in un momento di crisi dei finanziamenti esterni. La presidente Chiara Omero, anche direttrice del nostrano ShorTS, ha avuto occasione di ricordare come il Friuli Venezia Giulia sia una realtà virtuosa e che il modello possa e debba essere imitato: in questo momento il poter contare su bandi regionali sia triennali che annuali, con finanziamenti certi, la presenza di un Art Bonus già strutturato, costituiscono elementi di assoluta qualità e virtuosi per il futuro.

La voglia di fare permane, ma solo l’immediato futuro ci dirà – sperimentandole direttamente – quali saranno le forme migliori per la sopravvivenza e l’esistenza post Covid dei festival cinematografici.

Qualcosa è cambiato

Di Marco Fortunato

Chi non ricorda l’omonimo film di James Brooks del 1997 nel quale al protagonista (Melvin, uno straordinario Jack Nicholson meritatissimo Premio Oscar come miglior attore) serve un lungo viaggio per rendersi conto della necessità di un cambiamento nella propria vita? Stesso destino tocca oggi alle sale cinematografiche che, in verità, ben prima dello scoppio della pandemia si stavano interrogando – anche se senza troppa convinzione – sul proprio futuro e che oggi si trovano costrette a fare i conti con una realtà (forse) definitivamente cambiata e a cui sarà necessario adattarsi.

E dunque a che punto siamo con questo viaggio verso il cambiamento? Cosa ci ha insegnato questo periodo di stop forzato e cosa, invece, dobbiamo ancora imparare?

Per prima cosa il lockdown ci ha messo di fronte alle criticità intrinseche al nostro sistema di mercato che derivano dalla sua peculiare struttura: il cinema è un mercato molto interconnesso (forse più di qualsiasi altro) dove, muoversi da soli e in maniera disorganizzata significa disperdere energie e ottenere scarsi risultati. E guai a dimenticarselo.

Altra constatazione è l’assenza di un piano B e l’enorme difficoltà anche solo ad immaginarlo. Numerose aziende, di ogni ramo e dimensione hanno scelto di riconvertirsi introducendo profonde revisioni nei propri processi produttivi per far fronte ad una realtà nuova che impone nuove sfide ma apre anche nuove opportunità. Il sistema cinema, in questo senso, ha invece manifestato tutta la sua rigidità.

Ma per fortuna qualche segnale incoraggiante si intravede all’orizzonte. Sul primo versante soprattutto. In tempo di crisi l’esercizio, da sempre il comparto più frammentato della filiera cinematografica, sta riscoprendo il valore dell’unione, scegliendo di affidarsi alle associazioni di categoria – che a loro volta riscoprono il loro ruolo – per organizzare le proprie richieste e tradurre i propri desiderata in proposte concrete. Si tratta di un passaggio fondamentale, poiché solo questa consapevolezza permette il passaggio successivo, ovvero quello di rendersi conto che, oltre a quelli interni, si possono creare ulteriori collegamenti con altri settori, sempre dello spettacolo, che hanno le stesse esigenze del cinema come ad esempio il teatro, la musica, ecc. In questo modo si crea massa critica che possa far valere il “peso” della cultura agli occhi dei decisori politici, si costruisce autorevolezza e ci si candida ad essere parte attiva e non passiva dei processi di cambiamento. In altre parole, si fa “lobby”, parola ben nota ad altri comparti economici che da molto prima dell’arrivo del Covid sanno come far sentire la propria voce in maniera forte ed unitaria.

Sul secondo fronte, quello dell’attitudine al cambiamento in senso vero e proprio, la strada sembra più lunga. Gli esempi sono tanti (le piattaforme streaming in primis o il ritorno a vecchie modalità di fruizione come il “drive-in”) ma, in generale, l’approccio del settore alle proposte di modifica dello status quo è apparso timoroso e frammentario.

Al di là delle legittime opinioni di ciascuno sulle singole ipotesi quello che è mancato è stato un confronto tempestivo, chiaro e soprattutto carico di quello spirito propositivo che avrebbe potuto essere determinante per arrivare a soluzioni condivise. Invece il mercato si spaccato con l’inevitabile conseguenza della nascita di progetti disorganici, la maggior parte dei quali risulterà difficilmente sostenibile nel lungo periodo.

La soluzione dunque, oggi come nel prossimo futuro, appare una sola, quella dell’unità di intenti e di azioni. Il primo passo è una presa di coscienza del proprio ruolo, che è culturale, ma anche economico e sociale. Quello successivo è quello della condivisione: di idee, progetti e se possibile soluzioni. La strada è ancora lunga, percorrerla insieme sarà più facile e, probabilmente, anche molto più stimolante.

MEDIATECAMBIENTE.IT

Pubblicato il nuovo sito per l’educazione ambientale!

È stata pubblicata online la nuova versione di www.mediatecambiente.it, uno spazio web che raccoglie progetti, sperimentazioni e novità che riguardano l’educazione ambientale attraverso l’audiovisivo.

Mediatecambiente è un progetto nato nel 2007 grazie alla collaborazione tra l’ARPA FVG – Laboratorio Regionale di Educazione Ambientale (LaREA) e il Sistema Regionale delle Mediateche del Friuli Venezia Giulia (di cui fanno parte la mediateca Pordenone di Cinemazero, la mediateca Mario Quargnolo di Udine, la mediateca di Gorizia Ugo Casiraghi e la mediateca di Trieste La Cappella Underground).

Il progetto si sviluppa grazie a un incrocio di competenze: da un lato l’ARPA FVG, sul piano scientifico ed educativo, dall’altro le mediateche su quello della comunicazione e cultura dell’audiovisivo.

Nel sito sono descritti e raccolti tutti i progetti svolti negli ultimi anni e i progetti in corso; inoltre sono disponibili più di 60 video, tra spot realizzati con le scuole, minidoc, tutorial e documentari.

Una delle sezioni più ricche del sito è quella dedicata agli spot realizzati con le scuole secondarie di secondo grado e con le università. In particolare, durante i laboratori audiovisivi della durata di circa 20 ore, gli studenti scelgono uno o più aspetti chiave legati al tema ambientale trattato, per sviluppare un’idea e trasformarla in uno spot video, legando così conoscenze tecniche del montaggio audiovisivo (curate da un esperto delle mediateche) all’approfondimento della tematica ambientale con un esperto dell’ARPA FVG.

Un altro format audiovisivo sul quale ha puntato il progetto Mediatecambiente è quello dei documentari quali veicolo culturale per sviluppare sul territorio riflessioni e progettualità volte alla sostenibilità. A tal proposito, dopo il successo di Un paese di primule e Caserme del 2014, dedicato al recupero delle caserme abbandonate in Friuli Venezia Giulia, sono stati prodotti tre documentari sugli aspetti socio culturali legati ai fenomeni meteo e il documentario Binari, sull’abbandono e recupero delle linee ferroviarie per promuovere progettualità legate al turismo lento e alla mobilità sostenibile. Binari è stato ufficialmente selezionato tra i migliori documentari italiani nell’edizione 2018 del Festival Cinemambiente di Torino.

Nel sito è visualizzabile anche un catalogo tematico per ricercare audiovisivi e progetti su tematiche inerenti l’ambiente e la sostenibilità. Sempre dal sito è possibile verificare quali film sono disponibili nelle diverse mediateche della regione.

Dal 2007, grazie alla collaborazione tra ARPA FVG e il Sistema Regionale delle Mediateche del Friuli Venezia Giulia, sono state organizzate più di 250 manifestazioni tra proiezioni cinematografiche e altri eventi per le scuole e il pubblico in regione. In particolare, ogni anno Mediatecambiente trova spazio in due festival regionali: Le voci dell’inchiesta organizzato da Cinemazero di Pordenone con una selezione specifica di documentari dedicati alle tematiche ambientali e il Trieste Science+Fiction Festival organizzato da La Cappella Underground con la sezione Future Environment sulla fantascienza e ambiente.

Mediatecambiente si rivolge ad appassionati di cinema e di ambiente, può essere utile agli studenti per approfondire tematiche ambientali in modo informale, agli educatori per progettare dei percorsi di educazione ambientale attraverso l’audiovisivo e ai videomaker per promuovere i loro progetti.

Nel contesto dell’educazione ambientale i mass media ricoprono un ruolo fondamentale. Per questo motivo dal 2018, è esistente un accordo con la RAI FVG per la messa in onda sistematica dei materiali video prodotti da Mediatecambiente.

La nostra costruzione della realtà è basata, in larga misura, sulle immagini della realtà stessa che oggi sono veicolate in gran quantità dal sistema mediatico. Anche per ciò che riguarda le tematiche dello sviluppo sostenibile, la loro rappresentazione mediatica è oggi, e continuerà ad essere nel futuro, fondamentale per indirizzare la consapevolezza e considerazione dei cittadini, e per il modo in cui le persone si relazionano a queste materie. In questa direzione, Mediatecambiente è un progetto mirato a valorizzare il ruolo degli strumenti audiovisivi per l’educazione, la divulgazione e disseminazione delle tematiche legate all’ambiente e alla sostenibilità.

«L’Italia sullo schermo» di Gian Piero Brunetta

Intervista con lo storico del cinema

Di Lorenzo Codelli

Da parecchi lustri il nostro amico Gian Piero Brunetta, infaticabile colonna dell’ateneo padovano, riscrive, aggiorna, rimette in discussione la propria Storia del cinema italiano, una bibbia apparsa in diverse versioni. Ha pubblicato ora L’Italia sullo schermo. Come il cinema ha raccontato l’identità nazionale (Carocci Editore, 368 p.), una raccolta che spazia dalle tematiche del Risorgimento a quelle dell’attualità. Il regista Marco Tullio Giordana ammira in Brunetta «la capienza dello sguardo d’assieme, la capacità di iscrivere singoli film e autori nel grande flusso generale, come un esperto capace di ritrovare le acque degli affluenti nel grande fiume tranquillo che corre verso il mare». Abbiamo posto a Brunetta alcune domande.

Sfatare i miti è compito dello storico. Lo fai ad esempio per l’immagine di  Caporetto, così come per quella di Mussolini e delle sue imprese militari in Africa e in Spagna.

Sono uno storico che ama confrontarsi con le forme e metamorfosi del mito, ma in molti capitoli del libro, ho voluto vedere sotto luci, sfaccettature e misure di scala diverse le immagini  che costituivano mitologie legate alle sconfitte o ai trionfi bellici.  Caporetto in realtà si è  fissata nella memoria  come sinonimo di catastrofe in assenza di immagini  rappresentative di fonte italiana. Le uniche esistenti sono di parte tedesca e puntano a sottolineare, più verbalmente che visivamente, la diserzione e la viltà dei soldati e dell’esercito italiano in fuga. I vincitori non entrano in scena a Caporetto. Quanto alle immagini della conquista dell’Impero e della partecipazione alla guerra di Spagna  mi è sembrato che l’analisi dei testi non restituisse nulla di eroico o trionfale, ma mettesse in evidenza i limiti della potenza militare italiana alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Il periodo aureo del neoorealismo lo descrivi in controluce, senza isolare cioè i maestri famosi.

In effetti degli autori del neorealismo mi sono occupato a lungo nelle mie opere precedenti, qui mi interessava mettere in evidenza il prevalere di un senso del Noi che guida  il percorso della rinascita nazionale e internazionale del cinema del dopoguerra, sia per quanto riguarda i soggetti del racconto che gli autori e la capacità del nostro cinema nel suo insieme di cogliere ed evidenziare, nel bene e nel male, caratteri identitari forti dei nuovi protagonisti della storia repubblicana visti nel loro muoversi incerto e in ordine sparso verso nuovi orizzonti europei.

Malgrado l’oggettività braudeliana del tuo approccio trasmetti spesso sprazzi di nostalgia per i bei tempi dei Fellini, Scola, Monicelli ecc.

Più che nostalgia è il senso di perdita di non pochi elementi connettivi del cinema italiano del dopoguerra che ne hanno fatto insieme una bottega artigiana, un luogo di condivisione, interazione  e  dialogo, e uno spazio unico di riconoscimento e riconoscenza nei confronti di alcuni padri e di vasti rapporti di parentela stilistica, narrativa, ideale e ideologica.

Com’è cambiata la metodologia storiografica nel corso dei decenni?

Si è passati attraverso varie fasi: la prima era fondata sul ricorso  alle incertezze e vuoti della memoria da parte di giornalisti che  cercavano di mettere  in ordine le loro conoscenze e ricordi, poi si è passati  ai primi veri tentativi di affrontare il cinema, nato da pochi decenni, con gli strumenti dello storico (penso per tutti a Pasinetti, Sadoul e Mitry). Nelle loro storie entrano strumenti di tipo positivistico e accumulativo ma anche strumenti più maturi di tipo connettivo e capaci di usare diversi tipi di fonti e di osservare la storia nel suo aspetto globale e interconnesso sia dal punto di vista dell’evoluzione linguistica che delle strategie economiche. Quando ancora le fonti filmiche erano pressoché off limits per lo storico sono state importanti le doti di serendipity e di abduzione, che hanno consentito, con pochi esempi filmici a disposizione di interpretare insiemi più generali. Oggi uno storico dispone di strumenti facilmente accessibili grazie alla rete e alle diverse piattaforme, inimmaginabili per la mia generazione. Il cinema del passato è riemerso progressivamente ai nostri occhi come il regno di Atlantide. La crescita delle discipline universitarie e la legittimazione della materia sul piano scientifico hanno aperto in questi ultimi decenni non poche strade nuove e consentito un vero scambio di metodi e informazioni sul piano internazionale.

Scrivendo dei film italiani post-2000 ti dimostri molto ottimista.

Mi dimostravo ottimista quando ho scritto quelle pagine agli inizi del millennio. Il paesaggio è molto cambiato, ma per quanto mi è stato possibile vedere anche negli anni che hanno preceduto questo arresto importante di tutte le attività produttive e dell’esercizio mi sembra che  sia sempre possibile imbattersi in film che fanno venire a persone come me la voglia di andare al cinema in sala, ma anche di vederlo in qualsiasi formato e di avvertire la voglia di tornare a scriverne, perché quel film  a vari livelli, di regia, di racconto, di recitazione, di scrittura, di effetti speciali, di usi dei suoni e rumori, ti ha trasmesso segnali di vitalità significativi. Grazie ancora a non pochi film di questi anni avverto ancora l’orgoglio di  dichiararmi cittadino del cinema italiano.

Su quali fonti potranno basarsi gli storici a venire?

In questi mesi di coronavirus è cresciuto in maniera malthusiana il rapporto con la rete sia in nuove forme attive che passive.  Alcune cineteche, che in passato erano inaccessibili come Fort Knox, ora consentono a tutti l’accesso ai loro tesori e non solo agli storici. Molte cineteche avevano già da tempo messo in rete la loro collezione di riviste e i loro archivi, e nel giro di qualche decennio gli storici potranno godere della possibilità di esplorare  diversi strati di fonti con ottiche sempre più comprensive e interdisciplinari con una semplice connessione e l’uso di una password. Nuove enormi praterie, dalle dimensioni smisurate, possono ancora aprirsi agli storici delle nuove generazioni, quando tutto questo sarà finito.