«L’Italia sullo schermo» di Gian Piero Brunetta

Intervista con lo storico del cinema

Di Lorenzo Codelli

Da parecchi lustri il nostro amico Gian Piero Brunetta, infaticabile colonna dell’ateneo padovano, riscrive, aggiorna, rimette in discussione la propria Storia del cinema italiano, una bibbia apparsa in diverse versioni. Ha pubblicato ora L’Italia sullo schermo. Come il cinema ha raccontato l’identità nazionale (Carocci Editore, 368 p.), una raccolta che spazia dalle tematiche del Risorgimento a quelle dell’attualità. Il regista Marco Tullio Giordana ammira in Brunetta «la capienza dello sguardo d’assieme, la capacità di iscrivere singoli film e autori nel grande flusso generale, come un esperto capace di ritrovare le acque degli affluenti nel grande fiume tranquillo che corre verso il mare». Abbiamo posto a Brunetta alcune domande.

Sfatare i miti è compito dello storico. Lo fai ad esempio per l’immagine di  Caporetto, così come per quella di Mussolini e delle sue imprese militari in Africa e in Spagna.

Sono uno storico che ama confrontarsi con le forme e metamorfosi del mito, ma in molti capitoli del libro, ho voluto vedere sotto luci, sfaccettature e misure di scala diverse le immagini  che costituivano mitologie legate alle sconfitte o ai trionfi bellici.  Caporetto in realtà si è  fissata nella memoria  come sinonimo di catastrofe in assenza di immagini  rappresentative di fonte italiana. Le uniche esistenti sono di parte tedesca e puntano a sottolineare, più verbalmente che visivamente, la diserzione e la viltà dei soldati e dell’esercito italiano in fuga. I vincitori non entrano in scena a Caporetto. Quanto alle immagini della conquista dell’Impero e della partecipazione alla guerra di Spagna  mi è sembrato che l’analisi dei testi non restituisse nulla di eroico o trionfale, ma mettesse in evidenza i limiti della potenza militare italiana alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Il periodo aureo del neoorealismo lo descrivi in controluce, senza isolare cioè i maestri famosi.

In effetti degli autori del neorealismo mi sono occupato a lungo nelle mie opere precedenti, qui mi interessava mettere in evidenza il prevalere di un senso del Noi che guida  il percorso della rinascita nazionale e internazionale del cinema del dopoguerra, sia per quanto riguarda i soggetti del racconto che gli autori e la capacità del nostro cinema nel suo insieme di cogliere ed evidenziare, nel bene e nel male, caratteri identitari forti dei nuovi protagonisti della storia repubblicana visti nel loro muoversi incerto e in ordine sparso verso nuovi orizzonti europei.

Malgrado l’oggettività braudeliana del tuo approccio trasmetti spesso sprazzi di nostalgia per i bei tempi dei Fellini, Scola, Monicelli ecc.

Più che nostalgia è il senso di perdita di non pochi elementi connettivi del cinema italiano del dopoguerra che ne hanno fatto insieme una bottega artigiana, un luogo di condivisione, interazione  e  dialogo, e uno spazio unico di riconoscimento e riconoscenza nei confronti di alcuni padri e di vasti rapporti di parentela stilistica, narrativa, ideale e ideologica.

Com’è cambiata la metodologia storiografica nel corso dei decenni?

Si è passati attraverso varie fasi: la prima era fondata sul ricorso  alle incertezze e vuoti della memoria da parte di giornalisti che  cercavano di mettere  in ordine le loro conoscenze e ricordi, poi si è passati  ai primi veri tentativi di affrontare il cinema, nato da pochi decenni, con gli strumenti dello storico (penso per tutti a Pasinetti, Sadoul e Mitry). Nelle loro storie entrano strumenti di tipo positivistico e accumulativo ma anche strumenti più maturi di tipo connettivo e capaci di usare diversi tipi di fonti e di osservare la storia nel suo aspetto globale e interconnesso sia dal punto di vista dell’evoluzione linguistica che delle strategie economiche. Quando ancora le fonti filmiche erano pressoché off limits per lo storico sono state importanti le doti di serendipity e di abduzione, che hanno consentito, con pochi esempi filmici a disposizione di interpretare insiemi più generali. Oggi uno storico dispone di strumenti facilmente accessibili grazie alla rete e alle diverse piattaforme, inimmaginabili per la mia generazione. Il cinema del passato è riemerso progressivamente ai nostri occhi come il regno di Atlantide. La crescita delle discipline universitarie e la legittimazione della materia sul piano scientifico hanno aperto in questi ultimi decenni non poche strade nuove e consentito un vero scambio di metodi e informazioni sul piano internazionale.

Scrivendo dei film italiani post-2000 ti dimostri molto ottimista.

Mi dimostravo ottimista quando ho scritto quelle pagine agli inizi del millennio. Il paesaggio è molto cambiato, ma per quanto mi è stato possibile vedere anche negli anni che hanno preceduto questo arresto importante di tutte le attività produttive e dell’esercizio mi sembra che  sia sempre possibile imbattersi in film che fanno venire a persone come me la voglia di andare al cinema in sala, ma anche di vederlo in qualsiasi formato e di avvertire la voglia di tornare a scriverne, perché quel film  a vari livelli, di regia, di racconto, di recitazione, di scrittura, di effetti speciali, di usi dei suoni e rumori, ti ha trasmesso segnali di vitalità significativi. Grazie ancora a non pochi film di questi anni avverto ancora l’orgoglio di  dichiararmi cittadino del cinema italiano.

Su quali fonti potranno basarsi gli storici a venire?

In questi mesi di coronavirus è cresciuto in maniera malthusiana il rapporto con la rete sia in nuove forme attive che passive.  Alcune cineteche, che in passato erano inaccessibili come Fort Knox, ora consentono a tutti l’accesso ai loro tesori e non solo agli storici. Molte cineteche avevano già da tempo messo in rete la loro collezione di riviste e i loro archivi, e nel giro di qualche decennio gli storici potranno godere della possibilità di esplorare  diversi strati di fonti con ottiche sempre più comprensive e interdisciplinari con una semplice connessione e l’uso di una password. Nuove enormi praterie, dalle dimensioni smisurate, possono ancora aprirsi agli storici delle nuove generazioni, quando tutto questo sarà finito.

Tutti i film sotto l’albero

Cinema d’essai protagonista anceh a Natale

di Marco Fortunato

Con il loro immancabile carico di film le vacanze natalizie sono, per definizione, il periodo più cinematografico dell’anno. Quest’anno non fa eccezione, anzi, tra i tantissimi “film sotto l’albero” (ben 33 in uscita nel solo mese di dicembre, più di uno al giorno) spiccano alcuni titoli molto attesi dagli amanti del cinema d’essai.

È il caso del ritorno di Ferzan Ozpetek che con Dea fortuna, prosegue il suo personale percorso di analisi e racconto dei sentimenti e dei tormenti dell’animo umano che rappresenta da sempre la cifra del suo cinema. Al centro della storia Alessandro e Arturo, coppia legata da più di 15 anni ma ormai in crisi. L’improvviso arrivo nelle loro vite di due bambini lasciati in custodia per qualche giorno dalla migliore amica di Alessandro, potrebbe però dare un’insperata svolta alla loro stanca routine. La soluzione sarà un gesto folle, ma d’altra parte “l’amore è uno stato di piacevo le follia“, ha sottolineato l’autore nelle note di produzione. Il regista turco, naturalizzato italiano, ha voluto con sé ancora una volta Stefano Accorsi – già protagonista de Le fate ignoranti e Saturno contro – affiancato questa volta da Edoardo Leo e Jasmine Trinca, e gran parte dei suoi storici collaboratori di troupe. Il film, infatti, girato l’estate scorsa tra Roma e Palermo, è stato scritto da Ozpetek insieme Silvia Ranfagni e Gianni Romoli (con il quale il sodalizio è nato fin dai tempi di Harem Suare, il suo secondo lavoro, presentato a Cannes nel 1999) mentre le musiche saranno firmate ancora una volta da Pasquale Catalano, che si è avval- so di una star d’eccezione come Mina. La sua inconfondibile voce accompagna anche il trailer del film con un estratto dell’inedito Luna Diamante, brano scritto e composto da Ivano Fossati e contenuto nel suo nuovo album “Mina Fossati” che esce poche settimane prima del film.

Ma il film più atteso è senza dubbio Pinocchio di Matteo Garrone. Una sfida, quella di portare sul grande schermo il capolavoro di Collodi, già tentata molte volte in passato, con approcci molto diversi e alterni risultati. Tra gli oltre dieci adattamenti, che comprendono una versione horror (Pinocchio’s Revenge di Kevin S. Tenny) e opere corali (come il film prodotto dalla Walt Disney nel 1940, che fu il primo film d’animazione a vincere un premio Oscar ma non ottenne un grande risultato al botteghino, complice anche la Seconda Guerra Mondiale) il più famoso è senza dubbio quello di Roberto Benigni del 2002. L’attore toscano, che firmò anche la sceneggiatura (con Vincenzo Cerami) e la produzione, realizzò – con circa 45 milioni di euro – il film più costoso nella storia del cinema italiano con il quale tentò anche, senza successo, la corsa all’Oscar. E proprio da Benigni riparte Matteo Garrone, che lo ha scelto come protagonista del suo lavoro, anche grazie – come lui stesso ha dichiarato – ad una conoscenza personale di lunga data. I due si incontrarono infatti quando Garrone era ancora un bambino poiché suo padre, il critico teatrale Nico Garrone, fu tra i primi a scrivere di Benigni ai suoi esordi. Dal set blindatissimo è trapelato poco o nulla e sembra che, proprio in questi giorni, sia stiano finalizzando gli ultimi dettagli, per essere pronti per la data d’uscita che è stata anche anticipata di una settimana (in origine era stata fissata per il 25 dicembre). Tutta la lavorazione è stata in realtà abbastanza tribolata e condizionata da diversi stop, prima dovuti all’abbandono di Matilda De Angelis che aver dovuto far paste del cast ma poi è stata costretta a rinunciare per altri impegni e poi per l’uscita di Dogman con il quale Garrone ha conquistato, lo scorso anno, una miriade di premi tra cui 7 Nastri d’Argento e ben 9 David di Donatello. Riconoscimenti importanti che si aggiungono alla sua personale bacheca che vanta, oltre a numerosi altri David e Nastri d’Argento, anche due Gran Prix della Giuria a Cannes e un European Film Awards.

Con queste premesse non ci resta che darvi appuntamento sugli schermi di Cinemazero, dove il film vi aspetta dal 19 dicembre (e non è una bugia!).

Berlinale DOCS

Fra conferme e delusioni, un’edizione luci e ombre

Di Riccardo Costantini

Si sa, ci sono anni in cui “tutte le ciambelle riescono col buco”, e altri in cui è complicato servire anche un toast. Certo che da un festival come Berlino, alla sua 70° edizione e con un’ottima svolta generale impostata dal neo-direttore Carlo Chatrian (con un manipolo di valorosi italiani al suo seguito), ci si aspettava molto di più. In particolare, la sezione Forum, che quest’anno compiva 50 anni e che da sempre è stato territorio di sperimentazioni originali e provocatorie, ha deluso molto le aspettative, con lavori spesso al limite dello stilisticamente scorretto (inquadrature a camera fissa con urto accidentale della macchina, salti d’asse dissennati, montaggio di minuti e minuti completamente inutili…). Difficile, dalla selezione di Forum, per quel che abbiamo potuto vedere, salvare alcuni lavori.

Altro discorso merita il concorso internazionale. Il premio per il miglior documentario è andato a Irradiated di Rithy Panh, da anni uno dei grandi maestri dell’uso della materia reale per realizzare film: il suo lavoro, articolato in un trittico – fisicamente tripartito a schermo – di assoluta originalità visti anche i contenuti, affronta il dolore fisico e psicologico che la guerra “irradia” su chi le è sopravvissuto. Un film, purtroppo, eternamente attuale, che merita davvero il premio ricevuto. Peccato, appunto, che il resto non fosse all’altezza di questo lavoro. Un menzione fa fatta di sicuro per l’originale – e a tratti poetica (ma scontata negli esiti) – storia della scrofa Gunda (che da titolo anche al film raccontata da un altro grande del documentario come Victor Kossakovsky, in cui i protagonisti umani – artefici, ovviamente, di crudeli destini – sono relegati fuori da 90′ minuti di puro mondo animale, in bianco e nero e ad altezza bestie. Colpiscono invece, e non per sola similità di temi, due lavori dedicati alla disforia di genere: Petit Fille di Sébastien Lifshitz e Always Amber di Lia Hietala, Hannah Reinikainen. Nel primo la protagonista è una bambina, che in realtà all’anagrafe è Sasha, di sesso maschile, ma da sempre, univocamente, femminile in tutto e per tutto. Con grande delicatezza il film affronta la vicissitudine della protagonista e della sua famiglia, pronta ad amare incondizionatamente e accogliere senza giudizio, con rispetto e partecipazione nelle difficoltà di tutti i giorni, aiutando la bimba – di soli 7 anni – ad affrontare le complessità che regole, usi e costumi le impongono ogni giorno. Una toccante storia d’amore allargata, familiare, che in qualche modo assomiglia a quella di Amber – invece ragazza -, che vive in altra età disagi simili, legatissima al suo amico Sebastian, a sua volta protagonista delle stesse problematiche, ma a sesso invertito. Una vicenda piena di dolcezza e momenti di pura bellezza, in cui davvero nelle storia d’amore e di amicizia che si sviluppano nel corso della vicenda di Amber la definizione netta del sesso (per noi abitualmente elemento fondativo del nostro esistere) diventa completamente secondaria.

Di rilievo anche Aufzeichnungen aus der Unterwelt, l’ultimo lavoro di Tizza Covi e Reiner Frimmel, da noi noti per lo splendido La pivellina: la loro ultima fatica è dedicata alla scena artistica/musicale underground viennese degli anni ’60, con un sapiente uso di uno strumento principe del documentario, le interviste.

Il resto, in particolare per quel che concerne Forum…meglio non pronunciarsi, e invitare i selezionatori a fare un lavoro migliore per il 51° anniversario, sicuri che non sarà certo un anniversario tondo mancato a rovinare il lavoro di mezzo secolo.


#nonpuòpioverepersempre

di Marco Fortunato

In un momento di emergenza nel quale a tutti è chiesto un grande senso di responsabilità, anche Cinemazero deve fare la propria parte. Non è stato facile vedere le nostre sale chiuse e sapere che fino al 3 aprile i cinema di tutta Italia saranno costrette ad un riposo forzato privando la comunità di presidi culturali e sociali. Ma la scelta giusta, l’unica possibile in questo momento, e per questo la accettiamo e sosteniamo per il bene di tutti e
per poterci ritrovare, il più presto possibile, per rivivere insieme la magia del cinema.
Noi non ci fermiamo!” è stata la frase condivisa con i colleghi all’inizio della quarantena, nella consapevolezza delle necessità di testimoniare l’importanza di seguire le norme di sicurezza (anche se queste, per un pò, limiteranno la nostra socialità) ma con la voglia di lanciare un messaggio di speranza e di vicinanza ai nostri affezionati spettatori e a tutti gli
amanti di cinema. Perché, dopotutto, “non può piovere per sempre!”
Per questo abbiamo deciso di lanciare la campagna #lungavitaalcinema, chiamando a raccolta tutti gli amici, attori, registi, critici, produttori, maestranze del cinema che negli anni hanno calcato il palco di Cinemazero a cui abbiamo chiesto di condividere – con un breve videomessaggio (girato rigorosamente da casa) – un inno di speranza con l’obiettivo di rivederci il più presto possibile in sala.
Hanno aderito in tantissimi, tra cui Luca Bigazzi, direttore della fotografia di Sorrentino, Premio Oscar con La Grande Bellezza, i registi Mario Martone, Francesco Bruni e Andrea Segre… e molti altri che è impossibile citare.
È stata, ed è ancora oggi, un’esperienza bellissima, che ci ha fatto riscoprire, per l’ennesima volta, l’incredibile affetto che circonda Cinemazero. Un’occasione per certi versi unica, favorita anche dall’astinenza forzata della quotidianità, per riallacciare rapporti, perdersi in lunghe telefonate (o chat) che sono andate ben al di là del motivo dell’appello lanciato in origine. E ricavarne una grande lezione, quella dell’entusiasmo e della voglia di non arrendersi. Perché #nonpuòpioverepersempre (anche se siamo in FVG!) e domani
è un altro giorno!