marzo 2020

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marzo 2020

Editoriale:

Una Berlinale tricolore di Marco Fortunato   Non sempre i premi rendono giustizia ai meriti, in particolare in un festival cinematografico così partecipato e combattuto come la Berlinale. Ma ogni tanto sì. E quest’anno, dietro il sorriso di Elio Germano, premiato con l’Orso d’argento come miglior attore, c’è la consapevolezza di essere riuscito in un’impresa eccezionale, quella di entrare in maniera pressoché totale nel suo personaggio e nel cuore di...

Una Berlinale tricolore

di Marco Fortunato

 

Non sempre i premi rendono giustizia ai meriti, in particolare in un festival cinematografico così partecipato e combattuto come la Berlinale. Ma ogni tanto sì. E quest’anno, dietro il sorriso di Elio Germano, premiato con l’Orso d’argento come miglior attore, c’è la consapevolezza di essere riuscito in un’impresa eccezionale, quella di entrare in maniera pressoché totale nel suo personaggio e nel cuore di pubblico e critica. Non c’era giornalista, italiano o straniero, che dopo la proiezione stampa di Volevo nascondermi di Giorgio Diritti, non abbia applaudito un’interpretazione eccezionale capace di dare volto, corpo e soprattutto anima ad un artista tanto sfortunato nella vita quanto ispirato di fronte alla tela. “Storto, sbagliato, emarginato” è questo il ritratto di Antonio Ligabue, che però grazie all’attore romano – che ha già fatto incetta di premi da Cannes nel 2010 per La nostra vita di Daniele Luchetti fino al David di Donatello per Il giovane favoloso di Mario Martone nel 2017 – riesce ad essere anche molto di più. Una persona prima di tutto, fragilissima, ma pur sempre tale. Con la sua dignità e i suoi desideri, spesso resi da Germano con un semplice sguardo o un suono appena accennato.

Premio meritatissimo anche per Favolacce dei fratelli D’Innocenzo che come nella loro opera d’esordio (La terra dell’abbastanza anch’esso presentato a Berlino nella sezione Panorama) colpiscono nel segno con una favola nera ambientata nella periferia romana, dove tutto sembra “normale”, quando invece è pronto ad esplodere. Duro, potente, talmente denso di realtà da sembrare quasi un documentario, Favolacce ha dalla sua parte il valore aggiunto delle interpretazioni dei suoi, tanti, protagonisti. Tra essi lo stesso Elio Germano, nei panni di un padre, ma soprattutto i bambini, capaci con la loro naturalezza di esaltare la falsità del perbenismo di facciata che ricopre le vite dove sembra esserci tutto e invece non c’è niente.

Oltre all’orgoglio italiano, purtroppo, non ci sono stati, almeno in selezione ufficiale, grandi spunti d’interesse. Al netto dell’Orso d’Oro all’iraniano There is no evil di Mohammad Rasoulof (al regista è stato impedito di lasciare il paese e il premio è stato ritirato dalla figlie), che ruota attorno a quattro storie che si interrogano su tematiche cruciali come la forza morale e la pena di morte chiedendosi fino a che punto la libertà individuale può essere espressa sotto un regime dispotico, il livello complessivo del concorso della 70ma edizione è sembrato decisamente basso. Non che mancassero gli spunti e qualche intuizioni, come ad esempio in First Cow di  Kelly Richards che, forse per la prima volta, mescola cucina e western o Undine (ma qui dietro la macchina da presa c’è Christian Petzold e ciò è di per sé una garanzia) e Dau Natasha parte di un progetto “colossale” durato oltre 10 anni con il coinvolgimento di oltre 10.000 persone nel tentativo di ricostruire la vita durante il regime sovietico. Tuttavia nessuno di loro è riuscito, per motivi diversi, a centrare il bersaglio è in generale l’impressione è stata di film che non verranno ricordati al di fuori degli ambienti festivalieri e che difficilmente riusciranno ad avere grande riscontro in sala.

 

Una Berlinale tricolore

di Marco Fortunato

 

Non sempre i premi rendono giustizia ai meriti, in particolare in un festival cinematografico così partecipato e combattuto come la Berlinale. Ma ogni tanto sì. E quest’anno, dietro il sorriso di Elio Germano, premiato con l’Orso d’argento come miglior attore, c’è la consapevolezza di essere riuscito in un’impresa eccezionale, quella di entrare in maniera pressoché totale nel suo personaggio e nel cuore di pubblico e critica. Non c’era giornalista, italiano o straniero, che dopo la proiezione stampa di Volevo nascondermi di Giorgio Diritti, non abbia applaudito un’interpretazione eccezionale capace di dare volto, corpo e soprattutto anima ad un artista tanto sfortunato nella vita quanto ispirato di fronte alla tela. “Storto, sbagliato, emarginato” è questo il ritratto di Antonio Ligabue, che però grazie all’attore romano – che ha già fatto incetta di premi da Cannes nel 2010 per La nostra vita di Daniele Luchetti fino al David di Donatello per Il giovane favoloso di Mario Martone nel 2017 – riesce ad essere anche molto di più. Una persona prima di tutto, fragilissima, ma pur sempre tale. Con la sua dignità e i suoi desideri, spesso resi da Germano con un semplice sguardo o un suono appena accennato.

Premio meritatissimo anche per Favolacce dei fratelli D’Innocenzo che come nella loro opera d’esordio (La terra dell’abbastanza anch’esso presentato a Berlino nella sezione Panorama) colpiscono nel segno con una favola nera ambientata nella periferia romana, dove tutto sembra “normale”, quando invece è pronto ad esplodere. Duro, potente, talmente denso di realtà da sembrare quasi un documentario, Favolacce ha dalla sua parte il valore aggiunto delle interpretazioni dei suoi, tanti, protagonisti. Tra essi lo stesso Elio Germano, nei panni di un padre, ma soprattutto i bambini, capaci con la loro naturalezza di esaltare la falsità del perbenismo di facciata che ricopre le vite dove sembra esserci tutto e invece non c’è niente.

Oltre all’orgoglio italiano, purtroppo, non ci sono stati, almeno in selezione ufficiale, grandi spunti d’interesse. Al netto dell’Orso d’Oro all’iraniano There is no evil di Mohammad Rasoulof (al regista è stato impedito di lasciare il paese e il premio è stato ritirato dalla figlie), che ruota attorno a quattro storie che si interrogano su tematiche cruciali come la forza morale e la pena di morte chiedendosi fino a che punto la libertà individuale può essere espressa sotto un regime dispotico, il livello complessivo del concorso della 70ma edizione è sembrato decisamente basso. Non che mancassero gli spunti e qualche intuizioni, come ad esempio in First Cow di  Kelly Richards che, forse per la prima volta, mescola cucina e western o Undine (ma qui dietro la macchina da presa c’è Christian Petzold e ciò è di per sé una garanzia) e Dau Natasha parte di un progetto “colossale” durato oltre 10 anni con il coinvolgimento di oltre 10.000 persone nel tentativo di ricostruire la vita durante il regime sovietico. Tuttavia nessuno di loro è riuscito, per motivi diversi, a centrare il bersaglio è in generale l’impressione è stata di film che non verranno ricordati al di fuori degli ambienti festivalieri e che difficilmente riusciranno ad avere grande riscontro in sala.

 

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