Nadia Trevisan, una produttrice creativa

Dove la mano dell’uomo non aveva messo piede… sentieri di cinema!

di Andrea Crozzoli

Preparata, caparbia, concreta e determinata, con l’aggiunta di una adeguata dose di acuta sensibilità tutta femminile: si presenta così Nadia Trevisan, giovane presidente e co-fondatrice di Nefertiti Film, tra le più attive realtà produttive nel campo cinematografico.

Una carriera fulminante, di livello ormai internazionale …

Nel 2019 sono stata selezionata per partecipare a Cannes 2019 come rappresentante per l’Italia a Producers on the Move ‐ Le Marché du Film Cannes. Faccio parte dell’European Audiovisual Entrepreneurs, dell’European Film Academy e dell’European Women’s Audiovisual Network. Il fatto di frequentare i festival internazionali, di approcciarmi ad iniziative plurinazionali mi ha permesso, così, di essere conosciuta più all’estero che in Italia. Tanto che siamo arrivati al punto che non sono più io che cerco progetti ma i progetti cercano me!

Come è iniziata questa avventura?

Sono partita in maniera un po’ anomala. Non ho studiato per fare cinema, ero semplicemente una fruitrice di cinema. Quando con mio marito, il regista Alberto Fasulo, abbiamo intravisto la possibilità di fondare una nostra società di produzione che permetteva oggettivamente una maggiore libertà creativa, ho operato la scelta definitiva ed abbracciato questa nuova, stimolante e impegnativa attività di produttrice.

Partendo da San Vito al Tagliamento, dal Friuli, dalla lontana periferia …

Partire dal Friuli, una terra di confine, multietnica e multiculturale con una serie di lingue diverse che si intrecciano tra loro, dal friulano allo slavo etc. è stato un vantaggio non trascurabile. Già con il primo progetto produttivo di TIR per la regia di Alberto Fasulo, di cui mi sono occupata, eravamo di fronte ad una coproduzione con la Croazia. Se pensiamo che è più facile dal Friuli andare a Zagabria o Lubiana, che a Roma, ci rendiamo conto delle grandi possibilità che abbiamo qui da noi. Ho quindi imparato operando sul campo, pensando al cinema come qualcosa che poteva nascere e svilupparsi anche a San Vito al Tagliamento, un paese di soli quindicimila abitanti, sconosciuto fuori regione ai più.

Nessun problema quindi la lontananza da Roma caput mundi?

Se potevano esserci difficoltà lontani da Roma, dal Ministero, dalla sede di Rai Cinema e da altre importanti piattaforme, il Covid ha fatto sì che attraverso l’online venisse meno anche questo ostacolo della lontananza fisica. Ora i contatti via web sono praticamente quotidiani e anche queste piccole difficoltà sono tranquillamente superate.

Il Friuli Venezia Giulia terra di cinema quindi …

Oggi sempre di più è in atto una delocalizzazione, lontano da Roma. Il Friuli Venezia Giulia ha un vasto fermento di iniziative, di ottimi progetti, di nuovi registi in quanto abbiamo la fortuna di avere un valido Fondo Audiovisivo FVG che ha permesso alle società di poter nascere in regione attraverso contributi specifici. Ciò ha fatto sì che le realtà potessero sviluppare sul territorio le iniziative, sempre attraverso regolari bandi che selezionavano il meglio. Tutto questo è stato propedeutico per fare impresa; ha permesso a tanti motivati gruppi di radicarsi in Friuli Venezia Giulia. Un radicamento, peraltro, favorito anche dall’attività della Film Commission FVG che ha dato modo a diverse produzioni di venire a girare in regione.

Nadia Trevisan

Che tipologia di produttore pensi di incarnare?

Io mi definisco una produttrice creativa. In generale un produttore può limitarsi soltanto a cercare finanziamenti, costruire un budget adeguato, redigere un piano finanziario per dare il via al film. Io invece, assieme alla mia squadra (oltre a me c’è Alberto, Claudia, Chiara, Elisa e Paolo), discutiamo le idee e i progetti che ci vengono sottoposti. Li elaboriamo con gli autori, in un dialogo costante che permette condivisione piena delle scelte operative. Non un produttore, quindi, che accetta tutto quello che gli viene proposto o che impone dittatorialmente le proprie idee, ma una costruzione condivisa e collegiale dell’opera. Ognuno può dare al progetto un proprio feedback, un proprio punto di vista, una propria idea, in un dialogo sempre costante e costruttivo con gli autori.

Mai avuto problemi di genere nel ruolo che rivesti?

Penso che non dovrebbe esserci la necessità di avere le quote rosa. Nel momento in cui parliamo di quote rosa significa che c’è una diseguaglianza. Spero che presto non ci sia più necessità di parlare di quote ma solo di validità dei progetti, selezionati unicamente per la qualità e non per il genere di chi li propone. Nel nostro piccolo, alla Nefertiti Film, abbiamo brillantemente superato il problema, in quanto siamo quattro donne su sei componenti il gruppo.

Come è andato questo ennesimo anno pandemico?

Nell’appena concluso 2021, abbiamo presentato due produzioni Nefertiti Film nei maggiori festival cinematografici. Con Piccolo Corpo di Laura Samani, abbiamo esordito in concorso alla Semaine de la Critique al Festival di Cannes, poi al Tarragona Film Festival dove ha vinto il premio miglior film e una menzione speciale; al Cairo International Film Festival dove si è aggiudicato il Silver Pyramid Special Jury Award. Dopo il premio per il miglior film al Festival del Cinema Europeo di Siviglia ha ricevuto il Golden Alexander al Thessaloniki Film Festival, mentre a Londra ha ricevuto la menzione speciale al BFI London Film Festival e contemporaneamente, in Slovenia ha ricevuto il Vesna Award per la miglior co-produzione e per la miglior fotografia. Non pago di cotanti allori il film ha ricevuto anche il premio del pubblico al Cinéma Italien di Annency. Ad oggi il film è stato selezionato in oltre 40 festival internazionali vincendo, finora, una decina di premi.

E con l’alto film?

Con Brotherhood di Francesco Montagner inaspettatamente, nel senso che non speravamo tanto, al 74° Locarno Film Festival abbiamo vinto il Pardo d’Oro Cineasti del Presente, un prestigiosissimo premio per un’opera oggettivamente difficile e autoriale. A questo è seguito l’altro trofeo come miglior film nella sezione Czech Joy di Ji.hlava nella Repubblica Ceca. Insomma un anno denso e impegnativo nonostante la pandemia.

“Brotherhood” di Francesco Montagner

Quando vedremo questi due film sugli schermi italiani?

Piccolo Corpo di Laura Samani e Brotherhood di Francesco Montagner usciranno, distribuiti dalla Nefertiti Film, molto presto nel mercato italiano. Contiamo tra febbraio e marzo 2022 di illuminare il buio della sala cinematografica con i nostri due film nei cinema, accompagnati ovviamente dagli autori. A cominciare da Cinemazero.

Siete diventati come Nefertiti Film anche distributori ..

Oggi per il cinema di qualità il grosso problema è trovare uno schermo, poter uscire in sala. Luogo che è il naturale sbocco per un film. Per questo abbiamo scelto di occuparci anche di distribuzione. Per poter intervenire in quelle logiche di mercato che non fanno arrivare al pubblico i film. Vogliamo, in maniera determinata, dare la giusta visibilità ai film che produciamo. Consapevoli certo che la vera difficoltà è trovare uno spazio nella programmazione dei cinema, per questo ci rivolgiamo a quelle persone intelligenti e sensibili, a quelle realtà con le quali abitualmente dialoghiamo. Contiamo infatti su quei cinema d’essai che ancora propongono al loro pubblico il cinema d’autore. Siamo anche certi che il pubblico ci seguirà, apprezzerà i nostri film e potrà confrontarsi con un cinema autoriale di registi giovani che si sono imposti sul panorama internazionale.

Sul fronte delle piattaforme digitali che distribuiscono in streaming i film come vi rapportate?

Attualmente la nostra attenzione è rivolta verso le piccole opere del cinema d’autore indipendente. Grazie anche alla Legge 220/2016, che a livello nazionale garantisce molte più linee di finanziamento su questi progetti. Il tutto con l’attento ausilio anche delle varie Film Commission e dei Fondi Audiovisivo. Il problema delle piattaforme, prima o poi, dovremo affrontarlo. Ora siamo solo all’inizio del nostro percorso, siamo piccoli e non ancora strutturati per avere opere commissionate dalle piattaforme.

Progetti per il 2022?

A marzo partiranno le riprese in Brasile di Heartless dei registi brasiliani Nora Normande e Tiao. In questo progetto franco/brasiliano siamo i co-produttori di minoranza italiani sostenuti dal contributo selettivo per le co-produzioni minoritarie del Ministero. Abbiamo poi un documentario al quale teniamo molto: La lingua salvata di Francesca Pirani, regista e sceneggiatrice che nel suo percorso artistico ha collaborato con un maestro del cinema come Marco Bellocchio (per La visione del sabba e Il sogno della farfalla). Con quest’ultimo progetto parteciperemo a When East Meets West il forum di co-produzione che si tiene nell’ambito del Trieste Film Festival, dove si riuniscono oltre 500 professionisti del settore provenienti da diversi paesi. Abbiamo già un preciso interesse da parte di una società cambogiana e verificheremo in quella occasione la possibilità di un terzo partner interessato al progetto.

Lunga vita, quindi, alla Nefertiti Film …

Certo, in cantiere abbiamo anche il nuovo film di Alberto Fasulo, il prossimo lavoro di Laura Samani e di Francesco Montagner, oltre a tanti altri progetti.

                                                              

Cinema talks

di Riccardo Costantini

Dalla lanterna magica (una scatola con una candela dentro e una lente anteriore, che proiettava sulle pareti della sala buia delle figure disegnate su un vetro), che è stata l’antesignana del cinema moderno, al Cinematografo dei fratelli Lumière, che proiettava immagini su una parete e consentiva una visione pubblica, collettiva. Dal primo tipo di montaggio (inventato da Méliès in Francia), che veniva utilizzato principalmente per mostrare delle metamorfosi (un oggetto che si trasformava in una altro, una persona che spariva, ecc) alla nascita del cinema narrativo (fra il 1906 e il 1915 avviene quella che Edgar Morin ha chiamato la “trasformazione del Cinematografo in Cinema”).

Dalle avanguardie, che vedono nel cinema un’arte nuova e rivoluzionaria, al cosiddetto “cinema narrativo classico”, che è fondato sull’illusione di realtà e riesce a dare allo spettatore l’illusione di essere al centro del mondo. Dal neorealismo, che sovverte i canoni del cinema classico e dà spazio al caos della realtà quotidiana, alla Nouvelle vague, che rielabora, reiventa, sovverte completamente la narrazione. Dall’avvento del cinema moderno, che abbandona la vecchia “illusione di realtà”, al cinema postmoderno, caratterizzato dall’uso di nuove tecnologie digitali e da nuovi stili di espressione.

La cinematografia è un’arte che, nel corso del tempo, ha subito le influenze di molti altri linguaggi espressivi ed è mutata costantemente, secondo i contesti sociali e culturali che ha attraversato. Quella della settima arte è un’avventura affascinante che, come afferma Sandro Bernardi (professore di Storia e critica del cinema alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze), “è il risultato di incroci, meticciati e ibridazioni, scambi e conflitti”.

Proprio dal desiderio di ripercorrere questa la meravigliosa avventura nasce Cinema talks, un’iniziativa co-progettata da Cinemazero ed Esploratori Culturali CGN, il brand culturale di Servizi CGN, azienda pordenonese che opera nel mercato della consulenza fiscale per professionisti.

Cinema talks è un viaggio tra discipline, arti e generi che hanno un rapporto diretto o una commistione con la cinematografia.

Non chiedetevi cosa il cinema può fare per voi. Chiedetevi cosa potete fare voi per il cinema!

di Marco Fortunato

Quello che stiamo vivendo è forse il momento più complicato, non della “quarta ondata” ma dell’intera pandemia. Presenze e incassi sono in forte calo malgrado le sale siano, come certificano i dati, tra i luoghi più sicuri e controllati. Eppure, il pubblico langue e la distribuzione cinematografica ha scelto di posticipare alcuni film. Sembrerebbero esserci le premesse per gettare la spugna o, al più, elemosinare ulteriori aiuti nell’attesa di un futuro migliore. Ma quello dell’attesa è un tempo che non ci appartiene e, come tradizione, a Cinemazero ci piace provare ad immaginare ciò che avverrà e soprattutto chiederci cosa possiamo fare per costruirlo.

Ormai è chiaro come ciò che abbiamo vissuto (e stiamo vivendo) abbia cambiato alcune abitudini di consumo culturale favorendo forme di fruizione individuale piuttosto che collettiva. C’è da chiedersi se questo sia un processo irreversibile o, al contrario, sia un fenomeno su cui possiamo intervenire. Perché se tutti sanno cosa si dovrebbe fare (riportare il pubblico in sala e magari attrarne di nuovo, valorizzare l’unicità dell’esperienza cinematografica rispetto a quella offerta dalle piattaforme ecc..) sono in pochi ad aver capito come farlo.

Cinemazero ha su questo un’idea precisa. Partiamo dal pubblico che, anche nei tempi più bui ha sempre manifestato un grande attaccamento alla nostra realtà e a ciò che rappresenta per l’intera comunità. Cinemazero e i suoi spettatori sono da sempre legati da un collante eccezionale, quello della fiducia. È tempo di rinsaldare questo rapporto, creando nuove forme di fidelizzazione che permettano a chi lo desidera di entrare a far parte del mondo di Cinemazero in maniera attiva e partecipe. Non solo vantaggi economici – che pure non mancheranno – ma un’offerta culturale esclusiva, con momenti di partecipazione e condivisione, in grado di far sentire in modo tangibile l’adesione ad un progetto culturale unico nel suo genere.

Pubblico in sala a Cinemazero (credits: Elisa Caldana)

In questo senso la tecnologia è un utile alleato. Pensiamo infatti a quanto innovativi possono essere i “mezzi “per dialogare con il proprio pubblico: monitorando i gusti di visioni si potrebbero ad esempio personalizzare le comunicazioni e, in occasione della presenza di ospiti, i possessori di CinemazeroCard potrebbero avere una corsia preferenziale per la prevendita. Ancora, grazie ad un sondaggio gli spettatori più fedeli potrebbero lanciare proposte di rassegne, eventi, ecc. Il tutto per creare un’offerta sartoriale, una sorta di “controalgoritmo”, dove la dimensione umana è centrale e l’obiettivo è instaurare con il pubblico un rapporto one-to-one per farlo sentire seguito e attenzionato. Non più uno dei tanti, ma un amico con il quale dialogare anche se in remoto.  

C’è poi il capitolo legato all’esperienza cinematografica. Nostro compito sarà non solo spiegare ma far vivere l’unicità di questa forma di fruizione di un film, l’unica in grado di offrire la possibilità di “immergerci” nella storia che ci viene raccontata. Un momento, quello che si trascorre in sala, di disconnessione consapevole che concediamo a noi stessi, per viaggiare, senza muoverci dalla nostra poltrona. Un tempo nostro, dove non possiamo mettere in pausa, distrarci, controllare le notifiche del cellulare, ma in cui scegliamo che ad essere protagonista sia la storia del grande schermo. Sta a noi, esercenti cinematografici, rendere tutto questo ancora più speciale. E lo possiamo fare in molti modi: organizzando incontri con registi e ospiti che permettano di condividere le emozioni che una simile esperienza provoca, dando così significato alla dimensione collettiva della visione, ma anche creando dei percorsi di visione selezionando il meglio dall’universo delle immagini, mescolando diverse forme artistiche, creando insomma un unicum senza eguali. 

Uno degli eventi a Cinemazero (credits: Elisa Caldana)

Il mondo, e con esso il mercato del cinema, sta cambiando. Forse oggi più che mai ci sono le condizioni per gettare le basi di un nuovo modo di fare gli operatori culturali, esercitando (e difendendo) il nostro ruolo di soggetti che si assumono la responsabilità di selezionare il meglio della produzione audiovisiva, che danno spazio alle proposte di qualità indipendentemente dalle logiche commerciali, che investono tempo e risorse nella formazione del proprio pubblico sapendo che esso è soggetto attivo e non passivo. Se riusciremo a fare tutto questo (o anche solo una parte) potremmo sperare che la sala e il cinema abbiano davvero un futuro.

Gracija Filipović tra Cannes, Trieste e Berlino

di Lorenzo Codelli

Al Trieste Film Festival 2022 ho applaudito assieme a un migliaio di spettatori Murina, la coproduzione croato-slovena diretta da Antoneta Alamat Kusijanović che aveva ottenuto il prestigioso premio Caméra d’Or al Festival di Cannes 2021. Un premio, com’è noto, assegnato annualmente da una giuria internazionale alla migliore opera prima di tutte le straripanti sezioni cannensi. Murina era stato selezionato dalla Quinzaine des Réalisateurs.

Assai bene accolto dalla critica internazionale, la quale ha unanimemente elogiato la performance subacqueo/terrestre della protagonista Gracija Filipović. Ho avuto la fortuna d’incrociarla a Trieste e di percepire la sua forte emozione in vista dell’imminente “performance” alla Berlinale 2022. È stata infatti selezionata nella rosa delle dieci European Shooting Stars. Gracija Filipović studia biologia a Zagabria, lavora in teatro ed è nuotatrice provetta.

Si ammirano le sue arti natatorie in Murina, ove per gran parte del film, girato lungo il meraviglioso arcipelago croato, indossa aderentissimi costumi da bagno color bianco o blu attirando le mire erotiche dei due più uno personaggi maschili della bergmaniana vicenda. Murina significa murena, e la murena Gracija ci appare sia nel prologo che nell’epilogo sotto le onde a caccia col fucile subacqueo, svelta e sinuosa esattamente com’era l’immortale Esther Williams ai tempi d’oro della Metro Goldwyn Mayer.

Su Vimeo ci si può deliziare con la sua precedente immersione recitativa nel cortometraggio Into the Blue, diretto dalla stessa regista Antoneta Alamat Kusijanović e presentata alla Berlinale 2017 nella sezione Generation 14plus.

Antoneta la bionda trentaseienne e Gracija la bruna ventenne, ambedue native di Dubrovnik, adorano il mare, beate loro. Idem Martin Scorsese, il quale figura tra gli “executive producers” di Murina. Uscirà in Italia ci auguriamo, perlomeno a Grado, Lignano, Caorle, Portofino, Rimini, Capri, Sorrento, Taormina e su altri lidi assolati.