AMSTERDAM 2023: “decoloniale” e i “mondi dimenticati” nella capitale del documentario
Di Riccardo Costantini
Che l’International Documentary Film Festival (IDFA) sia “The Palce to be” per il documentario, almeno per gli addetti ai lavori, lo si sa da tempo. Quel che però è sempre più certo è che il lavoro curatoriale e di direzione di Orwa Nyrabia ha portato a generare un interesse sempre più pronunciato da parte del grande pubblico, soprattutto per il fatto che i film di Amsterdam offrano occasioni di sguardi inusitati, spesso “decoloniali”, liberi, “giusti” nel mostrare quel che non si vede mai…ma anche – talvolta forzatamente, come avremo modo di vedere – indigeni. In un anno sempre più caratterizzato da crisi ambientali e trasformazioni sociali, il premio principale è andato – non senza sorpresa, seppur abbia ricevuto anche il premio FIPRESCI – a 1489 di Shoghakat Vardanyan, film armeno che affronta il lutto e la scomparsa del fratello della regista durante il conflitto del Nagorno-Karabakh. Appunto, un conflitto davvero dimenticato e una storia personale che per la giuria “rende visibile il vasto paesaggio interiore del dolore”. Certo, dall’altro lato, che il film sconta una semplicità tecnica a tratti davvero “eccessiva” per lo spettatore, che, proprio per l’abitudine alla qualità che storicamente ha caratterizzato Amsterdam, forse mette troppo in crisi la visione dello spettatore.

Se una pecca vogliamo trovare, infatti, nelle scelte curatoriali è proprio che spesso il dominio delle Storie e dell’attualità, dell’urgenza narrativa, sovrastano la qualità cinematografica. Simili perplessità le abbiamo avute anche con la sezione Envision, dedicata alle opere più audaci e sperimentali, in cui ha trionfato Canuto’s Transformation di Ariel Kuaray Ortega e Ernesto de Carvalho. Il film, radicato nella comunità indigena brasiliana, è stato celebrato per la sua “capacità di muoversi tra mondi, con umorismo e profondità”. Nyrabia ha confermato la nostra ipotesi: “È esattamente il tipo di film che altrove sarebbe stato ignorato. Ma in Envision lo abbiamo onorato per ciò che è: ambizioso e profondamente sincero. Questo è il potere di dare spazio a film che non seguono le regole tradizionali.”
Quindi decoloniale e indigenista, e in questo c’è dell’ottimo, ma dall’altra, ribadiamo…anche l’occhio vuole la sua parte.
Ricompensa, anche qui non sul piano della tecnica ma della gioia della partecipazione alla storia, l’abbiamo ricevuta con uno degli altri premiati, Life Is Beautiful di Mohamed Jabaly (Norvegia/Palestina) premiato per la miglior regia…quando la grande forza del suo documentario è la straordinaria energia che il protagonista/regista mette nella sua vicenda personale, di palestinese emigrato e in costante cerca di asiolo.
Molti dei film presentati hanno affrontato temi di forte rilevanza sociale e politica. Fra questi abbiamo potuto apprezzare The Kyiv Files di Walter Stokman, che ha scavato negli archivi del KGB per raccontare la paranoia sovietica e le sue ripercussioni sull’Ucraina contemporanea. Hiding Saddam Hussein ha rivelato – anche con alcune ricostruzioni, forse la parte più debole di un film davvero sorprendente per contenuto e testimonianza – le dinamiche di potere e le incredibili verità nascoste dietro la cattura del dittatore iracheno, mentre Echo of You ha esplorato il lutto e la memoria in modo poetico e universale.
Inedita la storia di Alreadymade, che con stile fresco ha messo in discussione il concetto di identità e maternità attraverso una narrazione personale e provocatoria, dimostrando come il documentario possa essere anche uno spazio di riflessione filosofica e intima.
Con oltre 270 film e 32 progetti di new media da 137 paesi, IDFA 2023 ha offerto un programma vasto e articolato. La sezione DocLab ha esplorato le frontiere dell’interattività e della narrazione digitale, mentre il focus Life in Europe ha proposto opere che interrogano il presente del continente attraverso storie di migrazione, identità e resistenza.
Il festival ha anche celebrato Wang Bing e Peter Greenaway, due autentici maestri del cinema documentario, con retrospettive e incontri che hanno arricchito il dibattito sul futuro – attualissimo – di un genere come il documentario, cinema che parla sempre di più a tutti noi.


