Scatti di cinema a Cesena

Di Andrea Crozzoli

È nella provincia che ritroviamo originali e vivaci fermenti culturali. Parliamo di Cesena la cui fondazione risale al V secolo a.C., epoca di cui, come importante centro sulla via Emilia, si conservano notevoli vestigia.

Ma la sua gloria risiede anche in quella che è la prima biblioteca civica in Europa e unico esempio di biblioteca monastica perfettamente conservata tanto da essere stata inserita dall’Unesco tra i beni da conservare, ovvero la Biblioteca Malatestiana risalente al XV secolo.

Vivacità intellettuale che Cesena ha saputo conservare e coltivare anche attraverso il Centro Cinema Città di Cesena, che da anni si occupa di conservazione della fotografia di scena. Con passione e competenza il Centro Cinema Città di Cesena ha raccolto migliaia e migliaia di negativi che costituiscono un patrimonio unico per studiare la storia del cinema. Nel 1998 il Centro  ha anche ideato un concorso nazionale annuale per fotografi di scena italiani: CliCiak – Scatti di Cinema, ovvero uno strumento sia promozionale del lavoro dei fotografi di scena di oggi sia idoneo per offrire visibilità a materiali spesso qualitativamente eccellenti, destinati però spesso a non vedere mai la luce. Anche se sottotraccia il vero fine era, appunto, quello di creare e incrementare annualmente una fototeca sul cinema italiano contemporaneo, che affianchi gli archivi storici già acquisiti dal Centro Cinema Città di Cesena. Oggi la fototeca, che è un unicum in Italia, ha infatti raccolto quasi 40.000 stampe a documentazione del cinema italiano degli ultimi 30 anni. Una fonte di studio praticamente inesauribile.

Quest’anno la 29ma edizione, tra centinaia di scatti sui set cinematografici italiani, ha doppiamente premiato sia come miglior fotografia, che come “Portrait, ritratto sul set” Simone Falso per una intensa foto sul set di Le città di pianura di Francesco Sossai dove il fotografo con un’accurata e sapiente inquadratura sul volto del regista è riuscito a cogliere l’inquietudine dell’autore al lavoro senza perdere, pur nel dettaglio significante, la contestualizzazione cinematografica grazie anche alla sua perfetta cura compositiva. Simone Falso, padovano (classe 1975) ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Venezia e all’Hoch Schule der Kunst di Berlino. In seguito a Londra ha lavorato come fotografo  e realizzato diverse video produzioni come direttore della fotografia. Le sue immagini fotografiche sono state pubblicate in importanti libri e periodici (tra cui Internazionale, The Times, L’Espresso). Dal 2010 si dedica al cinema, come aiuto regia, fotografo di scena, e direttore della fotografia collaborando, tra gli altri, con Ermanno Olmi, Andrea Segre e, naturalmente, Francesco Sossai.

Nella sezione bianco e nero il premio speciale “Portrait ritratto sul set” è andato a Gianfilippo De Rossi per la foto scattata durante la lavorazione del film 40 Secondi di Vincenzo Alfieri, dove l’intensità del volto e dello sguardo attraverso il vetro colgono appieno l’atmosfera di un set in divenire in un gioco di rimandi fra oggetti riflessi e oggetti reali. Una fotografia che è riuscita a rappresentare perfettamente il mistero del cinema, eterna sineddoche del sogno ad occhi aperti. De Rossi, romano (classe 1987) si divide fra Roma e Los Angeles; nella città californiana haincontrato Douglas Kirkland, leggendario fotografo, con cui ha collaborato per diversi anni acquisendo importantissime lezioni di fotografia. Le sue fotografie sono state esposte a Roma nel 2017 e a Berlino nel 2018/19.

Segnalazione infine per la foto di Paolo Modugno dal film Napoli-New York di Gabriele Salvatores dove il fotografo ha colto nel volto della ragazzina quello che Henri Cartier-Bresson definiva “l’istante decisivo” ovvero quell’istante in cui tutti gli elementi di una  scena, dalla composizione, alla narrazione e all’emozione si fondono in perfetta osmosi: un’istante decisivo che vale dieci didascalie.

Accanto al concorso a Cesena troviamo anche due altre interessanti mostre dedicate una a Claudia Cardinale, già ospite nel 2006 della città romagnola per un suo omaggio e l’altra mostra dedicata alle figure femminile nel cinema dei fratelli Taviani. Entrambe le esposizioni sono state realizzate con materiali provenienti dall’archivio del Centro Cinema Città di Cesena.

La giuria di CliCiak quest’anno era composta da Franco Bellomo, Vera Bessone, Marco Leonetti, Antonio Maraldi, Elena Pagnoni e … dal sottoscritto.

L’estate di Cinemazero

Sarà un’estate intensa, unica e sorprendente, ricca di appuntamenti che animeranno diversi luoghi della città. Perché Cinemazero non va in vacanza ma, al contrario, moltiplica le proposte, per garantire un’offerta cinematografica di qualità 365 giorni all’anno, continuando a dimostrarsi motore di cultura su un territorio molto vasto. In programma oltre cento eventi: cinquanta in città e più di cinquanta diffusi sul territorio, con innumerevoli proiezioni articolate su una grande arena per i successi cinematografici e un’arena dedicata al documentario, moltissime proiezioni in cantine vinicole, il festival internazionale di cortometraggi FMK, cineconcerti esclusivi e i Cinema Camp per i più piccoli e le più piccole. Accanto alle numerose iniziative all’aperto che animeranno l’estate, Cinemazero inaugura quest’anno una novità importante: per la prima volta manterrà la regolare programmazione cinematografica per tutto il mese di luglio, con proiezioni quotidiane nelle proprie sale. Un’opportunità in più per il pubblico di continuare a vivere il cinema anche nelle giornate più calde, grazie agli spazi climatizzati del centro culturale, che affiancano e completano l’offerta estiva. 

Per Cinema Sotto le Stelle, sarà Toy Story 5 a inaugurare l’arena in Largo San Giorgio venerdì 26 giugno alle 21.30. Un film per tutta la famiglia in cui Jessie, Woody e Buzz tornano per mettere in discussione il rapporto con le nuove tecnologie. Gli appuntamenti continueranno poi ogni lunedì, mercoledì e venerdì fino a fine agosto. In programma la celebrazione di grandi anniversari come, ad esempio, i 50 anni dall’uscita in sala di Taxi Drivers di Martin Scorsese in versione restaurata lunedì 27 luglio. Spazio anche agli ospiti con una serata completamente dedicata al calcio in compagnia dell’ex calciatore Aldo Serena, in collaborazione con Sky Calciomercato L’originale Sky e Videe: se l’Italia calcistica quest’anno non ha raggiunto il mondiale messicano/statunitense/ canadese…torniamo alla “partita del secolo”, giocata proprio a un mondiale in Messico nel 1970.  

Anche quest’anno l’arena ospita numerosi eventi legati alla musica: oltre alla proiezione del 3 luglio dedicata all’icona del pop Michael Jackson e all’evento in collaborazione con Pordenone Blues & Co. Festival lunedì 13 luglio con la versione restaurata del film di Oliver Stone The Doors, sono due gli eventi da segnalare con la musica dal vivo. Si parte lunedì 06 luglio con Muti ma non troppo, in cui gli studenti e le studentesse dell’Istituto Comprensivo Pordenone Centro, diretti dal professor Andrea Alzetta, musicheranno dal vivo The Frozen North di Buster Keaton e Eddie Cline con protagonista uno strampalato pistolero nelle langhe ghiacciate del Nord. A seguire, a ingresso gratuito, il capolavoro d’animazione firmato da Bruno BozzettoWest and Soda. 

La musica sarà protagonista anche con la band trevigiana Estra, che si esibirà in acustico in arena UAU! martedì 11 agosto per il documentario a loro dedicato. Imperdibile e ormai classico delle estati pordenonesi, sabato 22 agosto con The Patsy (1928) di King Vidor, l’attesissimo concerto della Zerorchestra in programma alle 21.00.  

Tratto da una pièce teatrale di Barry Conners, questo film mostra l’incredibile talento di King Vidor, regista capace di spaziare facilmente tra una serie di registri differenti, firmando così una commedia leggera e irresistibile, incentrata su gag divertenti e su un ritmo concitato.  

Non mancherà l’apprezzatissimo OscBar, realizzato in collaborazione con Birra Galassia di Pordenone. Inoltre, grazie progetto CinemaRevolution promosso dal Ministero della Cultura, la maggior parte dei film italiani ed europei saranno proposti al prezzo speciale a 3,50 euro, mentre i giovani fino ai 25 anni pagheranno sempre 3 euro, con la CinemazeroYoungCard, promossa in collaborazione con il Comune di Pordenone. 

Ogni martedì, dal 07 luglio al 25 agosto, si riaccenderà anche il grande schermo di UAU! ai Giardini “Francesca Trombino”, che ogni anno Cinemazero valorizza come uno dei luoghi più suggestivi della città, con un programma ricercato di “Documentari all’aperto”, arricchito sempre dalla presenza di registi e ospiti, con contenuti di importanza sociale e d’attualità a ingresso gratuito. 

 Si parte il 7 luglio con Tienimi presente di Alberto Palmiero, racconto generazionale dedicato ai sogni e alle difficoltà dei giovani italiani, alla presenza del regista. Il 14 luglio sarà la volta di Ballata Femmenella, intenso documentario sulle femmenelle napoletane e sui percorsi di identità, inclusione e libertà, accompagnato da registi e protagoniste. 

Il 21 luglio Nella colonia penale porterà il pubblico all’interno delle ultime colonie penali attive d’Europa, nascoste nel cuore della Sardegna, dove il lavoro, il controllo e la libertà ridefiniscono ogni giorno il significato della prigionia. Ospiti della serata il regista Alberto Diana, Paola Berto (Vicepresidente Carcere E Comunità) Silvano Varnier (Volontario),  Don Piergiorgio Rigolo (già cappellano carcere di Pordenone)  e Don Diego Toffoletti (cappellano carcere di Pordenone). 

Oltre il Confine: Le Immagini di Mimmo e Francesco Jodice, in programma il 4 agosto racconterà l’incontro artistico e umano tra i fotografi Mimmo e Francesco Jodice, in un viaggio senza tempo dove la fotografia diventa bussola per attraversare un mondo in trasformazione. A presentarlo al pubblico il regista Matteo Parisini. 

Spazio alla musica con Estra in Chorpus Christi, dedicato alla storica band trevigiana Estra – che sarà presente per eseguire alcuni pezzi in acustico in arena UAU! martedì 11 agosto in compagnia del regista Denis Brotto e all’attualità internazionale con Mr. Nobody Against Putin, premiato con l’Oscar 2026 come miglior documentario, che racconta dall’interno la propaganda scolastica nella Russia contemporanea, in programma martedì 18 agosto, introdotto dalla giornalista Anna Zafesova. 

A chiudere la rassegna, il 25 agosto, Anguane, le voci dell’acqua che tra mito, musica e scienza, rivela la crescente vulnerabilità di fiumi e paesaggi minacciati dall’azione umana. Ospite il regista Giovanni Pellegrini. 

Ma UAU! è anche la casa di FMK, il festival internazionale dei cortometraggi di Cinemazero che giunge quest’anno alla sua XXII edizione. La manifestazione si presenta al pubblico con una formula rinnovata, frutto della coprogettazione con lo Young Club di Cinemazero. Il gruppo di appassionati e appassionate di cinema under 30 ha assunto il ruolo strategico di selezionatore delle opere in concorso e guiderà anche la conduzione delle quattro serate sul palco. 

La novità assoluta di questa edizione è una giornata interamente dedicata al documentario, a riprova dell’impegno di Cinemazero nei confronti del cinema del reale. Il festival amplia inoltre la sua rete territoriale grazie a due importanti sinergie: la collaborazione con il festival NanoValbruna, che vedrà la proiezione e la premiazione a FMK di un’opera della sezione Frame the Change, e quella con lo shorTS International Film Festival, che curerà un evento speciale dedicato ai più piccoli. La capacità di fare rete a livello nazionale sarà inoltre testimoniata da Epic Failstivals, un originale “panel non panel” con la partecipazione di rappresentanti di festival di cortometraggi da tutta Italia. Si tratterà di un dibattito aperto e giocoso che, partendo da casi concreti di difficoltà e piccoli “fallimenti” organizzativi, cercherà di condividere buone pratiche e soluzioni per la gestione degli eventi cinematografici. 

Prestigiosa la giuria di quest’anno, chiamata anche a tenere esclusive masterclass dedicate al pubblico e ai numerosi studenti universitari in arrivo da tutta Italia. A presiederla saranno il regista Paolo Strippoli, autore degli apprezzatissimi Italian Horror StoryPiove e La valle dei sorrisi, ultima fatica girata interamente in Friuli-Venezia Giulia, e la sceneggiatrice e regista Chiara Tripaldi, coautrice del copione della Gioia di Nicolangelo Gelormini, attualmente candidato ai Nastri d’Argento e al Globo d’Oro. 

Il programma di FMK si preannuncia come sempre denso di appuntamenti collaterali che fondono i linguaggi della contemporaneità. Sulla scorta del successo della rassegna GameZero della Mediateca, uno spazio sarà dedicato al mondo del gaming. Tra le proposte più attese spicca, inoltre, un workshop sperimentale di montaggio creativo live, concepito come una vera e propria sfida tra gruppi che si affronteranno nella creazione di video basati sull’universo della cultura internet. A completare il ricco palinsesto non mancheranno conferme amate dal pubblico come la sezione fuori concorso FMK Off, lo storico spazio DIY, i laboratori creativi per bambini e adolescenti, i dj set quotidiani e il grande concerto finale

Dal 25 giugno al 30 luglio, ritorna anche la rassegna Cinemadivino, giunta alla sua XII edizione, che unisce film e buon vino e si tiene nella suggestiva cornice delle migliori cantine del territorio, in collaborazione con Ville Venete. Le serate iniziano alle 19:30 con la degustazione e visita in cantina, per passare alla cena a buffet alle 20:30 e alla proiezione del film dalle 21:30, con biglietto unico a 30 euro. La prenotazione è obbligatoria (scrivendo a: fvgcinemadivino@gmail.com o via WhatsApp al 338 7546192). Il primo appuntamento è giovedì 25 giugno nell’azienda Agricola Vistorta a Sacile con il film Le città di pianura, di Francesco Sossai,  vincitore di ben 8 Premi agli ultimi David di Donatello. Le altre cantine coinvolte sono Villa Bodgano 1880 di Lison di Portogruaro, l’Agriturismo Fossa Mala di Fiume Veneto e l’azienda agricola Pitars di San Martino al Tagliamento. Novità di quest’anno la Taverna della Lana del Parco Rurale di San Floriano e la Distilleria Pagura, a Castions di Zoppola. 

A conferma dell’attenzione di Cinemazero nei confronti delle famiglie e dei più piccoli, ritorna in Mediateca, dopo il successo dello scorso anno, Cinemacamp il cinema camp della mediateca per i bambini e bambine dai 6 agli 11 anni, all’insegna della settima arte.  

Quattro settimane di laboratori creativi – che hanno già registato sold out – per bambine e bambini curiosi di esplorare il linguaggio del cinema in modo attivo e divertente. I partecipanti diventeranno veri e propri piccoli registi, sperimentando tecniche di ripresa, scrivendo storie originali e realizzando un cortometraggio, scena dopo scena. 

Infine, anche quest’anno Cinemazero porta la magia del cinema sul territorio, con oltre cinquanta proiezioni itineranti nei dintorni di Pordenone, grazie allo storico progetto “Ciak si gira!” che quest’anno vedrà protagonisti i comuni di Aviano, Brugnera, Clauzetto, Cinto Caomaggiore, Fontanafredda, Pasiano di Pordenone, Prata, Pravisdomini, Porcia, Zoppola e Vajont, solo per citarne alcuni. Continua anche l’atteso appuntamento con il cinema in spiaggia a Grado: speciali appuntamenti in cui la proiezione sarà contemporaneamente in 3 lingue diverse (tedesco, italiano e inglese) grazie a cuffie individuali fornite ad ogni spettatore e spettatrice. 

Il “Cinema sotto le stelle”, UAU! e FMK sono realizzati con il sostegno del Comune di Pordenone, della Regione FVG e Banca 360 Credito Cooperativo FVG e De Blasio Associati Srl.  

“Rain Catcher” vs “Blow up” Intervista con Michele Fiascaris

Di Lorenzo Codelli

Il tuo corto Rain Catcher lo avevi presentato a numerosi festival.

Nel 2018 aveva avuto la première al Festival di Sitges, e successivamente è stato presentato a Trieste Science Plus Fiction, London Short Film Festival, Bruxelles Fantastic Festival e ad altre rassegne in giro per il mondo. È stato distribuito su HBO e adesso è su Disney Plus in tutta Europa.

Avevi già allora l’idea di trarne un lungometraggio. Ci sono voluti sette anni.

Avevamo l’idea di svilupparlo in un lungo, in realtà poi c’è stato di mezzo il lockdown del covid. La sceneggiatura ha vinto alcuni premi, siamo stati selezionati da Netflix e Creative UK per il programma che si chiama Breakout, poi mai realizzato in realtà. Ciò ci ha aiutato a darci forza per portare a termine lo sviluppo del film.

Comera nata l’idea duna vicenda così introversa, un fantasy noir?

L’idea era venuta in realtà nel 2016. Io e Filippo Polesel, il mio sceneggiatore, avevamo visto online un video diventato virale: un operatore filmava una folla da distante con un obiettivo telescopico. Un uomo nella folla si gira e guarda in macchina,nonostante sia lontanissimo, con una faccia molto aggressiva o comunque intensa. Poi cammina verso la telecamera percorrendo centinaia di metri. L’operatore, colto di sorpresa,inizialmente fa zoom indietro, finché la persona non gli arriva vicino. Allora stacca la telecamera dal trepiede e scappa via. Ma in realtà era un misunderstanding, perché quel tizio non stava andando verso di lui ma verso un monumento alle sue spalle. Ma dava l’impressione di essere la storia d’un uomo spiato che si rende conto di essere osservato e vuole vendicarsi, o comunque affrontare l’operatore che lo spia. Da lì l’idea di un personaggio femminile che può comparire in diverse foto o video ma non si capisce chi sia.

Hai coinvolto diversi partner per coprodurre Rain Catcher.

La maggior parte della produzione l’abbiamo sostenuta noi. Cioè il mio produttore Filippo Polesel, che è di Venezia, e il nostro socio svedese Henrik Källsson. Poi è intervenuto un partner minoritario, una compagnia di Londra che si chiama Featuristic Films. Abbiamo avuto qualche investimento anche dall’Italia: il friulano Marco Cainero e mio fratello Alessandro.

Sei udinese ma lavori da parecchio tempo in Gran Bretagna dopo aver studiato alla London Film Academy. Tra i tuoi primi corti ricordo la sigla per unedizione del Far East Film Festival. La tua compagnia di produzione si chiama Yellow Pill [ https://www.yellowpill.co.uk/contact/ ]

Avevo fatto anche un mediometraggio a livello semi studentesco che si chiamava Fat Cat durante gli studi alla London Film Academy. In seguito ho lavorato soprattutto in pubblicità e ho realizzato branded films per diverse compagnie internazionali. Non ho ancora girato film in Friuli, ma per il mio prossimo progetto ho un’idea perfetta per la nostra regione.

Al Festival di Karlovy Vary Rain Catcher ha ottenuto straordinarie recensioni da parte delle maggiori riviste specializzate.

Sì, abbiamo avuto delle recensioni molto positive. Damon Wise di Deadline ci ha fatto una bellissima review, idem Cineuropa. Screen Daily lo ha addirittura giudicato il miglior film della settimana. È stato un bell’inizio. Hollywood Reporter ha pubblicato una mia lunga intervista. Quale sarà la distribuzione a livello internazionale — ma anche in Italia— non lo sappiamo ancora.

Rain Catcher è un film molto londinese, ricorda i classici inglesi in bianco e nero di David Lean e Carol Reed che si svolgono di notte, nella nebbia, in angoli bui e tempestosi”.

Lo definirei un “neo noir”. Un noir moderno che si collega con la tradizione. A me personalmente piace molto David Fincher. Per il corto mi ero ispirato molto a Seven, come look del film e come stile. Poi per il lungo ho un po’ mescolato le cose e mi sono ispirato, dal punto di vista stilistico, anche a Brian De Palma e ad altri registi. Quindi lo stile si è arricchito, rispetto al corto, dal punto di vista dei colori, della luce, ecc. Il lungo è ancora più notturno, però più colorato e più spinto. Ci sono influenze di film come Drive di Nicolas Winding Refn, o dei film di Bran De Palma anni ‘80 sul voyeurismo.

Ovviamente anche di Blow up, il capolavoro di Michelangelo Antonioni, dato che hai messo al centro il personaggio dun fotografo professionista londinese.

Infatti, l’idea che al mio sceneggiatore e produttore Filippo Polesel e a me piaceva molto in Blow up era il tema del mistero nella foto. È bello guardare dentro una foto e scoprirne i dettagli. Abbiamo fatto riferimento anche ad altri film, ad esempio La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock e Locchio che uccide di Michael Powell.

Come hai scelto il cinematographer e la troupe?

Con loro ho sempre lavorato assieme, sia in pubblicità che su altri corti. Il direttore della fotografia si chiama Evgeny Sinelnikov, russo di nascita ma naturalizzato inglese. È un amico da quindici anni e abbiamo lavorato insieme mille volte.

Gli attori principali come li hai scelti?

Il protagonista Dudley O’Shaughnessy era anche nel cortometraggio. Ha un look molto particolare, un’aria introversa interessante, misteriosa. Per il lungometraggio ho avuto come casting director Gary Davy che ha vinto un Emmy e ha fatto tanti film diretti dal noto artista inglese Steve McQueen, oltre alla famosa serie TV Band of Brothers prodotta da Steven Spielberg. Tra i vari attori Gary ci ha proposto Iris Law, la figlia di Jude Law. Nel prologo del film è bravissima, considerando che non ha molta esperienza. Jesse Mei Li è fantastica come co-protagonista. È nata in Inghilterra ma il padre è di Hong Kong, ed è protagonista anche della serie fantasy su Netflix Shadow and Bone. Ora sta interpretando una serie asiatica intitolata The Seasons.

Rain Catcher verrà acquisito da Netflix o da altre piattaforme?

Non lo escludo, prima spererei in una distribuzione al cinema, magari limitata. Ora lo stiamo proponendo al London Film Festival e ad altre rassegne internazionali.

Josef von Sternberg. Vienna, Hollywood, Kyoto, Pordenone

di Lorenzo Codelli

Due belle notizie. Le splendide memorie che Josef von Sternberg aveva pubblicato nel lontano 1966 sono state recentemente riedite in Italia con il titolo Avventure in una lavanderia cinese (Cuepress, Imola, 2025, nuova traduzione di Ludovica Peruzzi, prefazione di Goffredo Fofi, 240 p; la precedente era stata pubblicata nel 2009 dalle Edizioni Lithos a Roma col titolo Follie in una lavanderia cinese). Lo storico francese Jean-Loup Bourget ha dato alle stampe mesi fa un affascinante periplo filosofico intitolato Josef von Sternberg. L’image, le récit, la foi jurée (Classiques Garnier, Parigi, 2026, 260 p).

Nel capitolo scritto dal nostro vieux copain Bourget sulle memorie di Sternberg, apprendiamo parecchie cose: «Dal suo ultimo film [The Saga of Anathan / L’isola della donna perduta, 1953] fino all’uscita delle sue memorie, la transizione è esplicita ma nel contempo sottile. All’inizio del commento di Anathan si trova la frase: “E così entrammo nel labirinto tortuoso e infestato di questa giungla aliena, un mondo bellissimo ma malvagio dal quale molti di noi non sarebbero mai più tornati”. Nel trailer originale del film, Sternberg usa la stessa espressione, riferendosi alla giungla labirintica in cui si svolge la vicenda. Lo storico americano Herman G. Weinberg ci rivela che il titolo originale che Sternberg aveva in mente per le sue memorie era “Guida a un labirinto”. Al momento della pubblicazione preferì il più enigmatico “Divertimento in una lavanderia cinese”. Ce lo spiega all’inizio del libro: il titolo si riferisce a un film Edison. Si tratta senza dubbio di Chinese Laundry Scene, una breve comica slapstick che mostra un cinese inseguito da un poliziotto in un ambiente ristretto. Venne girata nel 1894 —l’anno di nascita di Sternberg— da William K. L. Dickson e William Heise per il Kinetoscope di Edison, ed è facilmente accessibile (in mediocre qualità) su YouTube. Lo si trova anche con il titolo Robetta and Doretto, dal nome dei due attori. La “lavanderia cinese” era forse un eufemismo per indicare una fumeria d’oppio. Secondo Jean Pavans, il titolo di Sternberg era “una bonaria presa in giro di Hollywood”. […]  Le memorie ci servono da finestra sulla personalità complessa di Sternberg, un artista tormentato—com’è stato ripetutamente detto— da un orgoglio a volte legittimo, a volte eccessivo, che s’intreccia con un masochismo che lo spinge a cadere, più o meno consapevolmente, in “trappole” che in seguito gli permettono di crogiolarsi nei propri fallimenti».

 I 39 secondi di Chinese Laundry Scene, copia a 35mm proveniente dalla Library of Congress di Washington, erano stati proiettati al Cinema Verdi di Pordenone nell’ottobre 1997. Un dato tratto dal database delle Giornate del Cinema Muto: http://legacy.cinetecadelfriuli.org/gcm/ed_precedenti/screenings_db.html .

 Questo sterminato database permette altre rivelazioni sternberghiane. All’edizione del 2003 venne proiettato un frammento di The Case of Lena Smith (Romanzo d’amore o Il calvario di Lena Smith, 1929). Così scrive nel database lo scopritore, lo storico nipponico Komatsu Hiroshi: «Tra varie copie su pellicola in nitrato scoperte e acquisite all’inizio di quest’anno, ho identificato un breve frammento del leggendario film perduto. 4 minuti che corrispondono alle inquadrature 36-61 del primo rullo. Poiché l’inquadratura 61 era l’ultima del primo rullo, si può dire che conserva la seconda metà del primo rullo nella sua interezza, senza interruzioni. Il film narra la storia di una contadina che arriva a Vienna. Sedotta da un giovane ufficiale fannullone, rimane incinta e lavora come domestica nella casa dei genitori dell’amante. Il padre, capo dell’Ufficio della Morale Pubblica di Vienna, la licenzia quando scopre che ha un bambino, e il neonato le viene portato via. Per riaverlo, la ragazza riesce a procurarsi del denaro, ma l’amante lo sperpera al gioco e si suicida. Venuto a conoscenza di tutta la vicenda, il padre dell’ufficiale cerca di insabbiarla per salvaguardare l’onore della famiglia. Lena finisce in carcere, ma riesce a fuggire e a riprendersi il bambino. Quindici anni dopo scoppia la guerra. Suo figlio, che ha sedici anni, deve arruolarsi nell’esercito. Le viene portato via di nuovo, stavolta dalla patria. Il frammento del film consiste nella sequenza in cui Lena Smith e la sua amica arrivano dall’Ungheria e si divertono al Prater, il luna park di Vienna. Le immagini abbaglianti di questo breve frammento — una carrellata, una doppia esposizione, alcune figure riflesse nell’acqua increspata (che ricordano una scena del primo film di Sternberg, The Salvation Hunters, 1925) — catturano irresistibilmente il nostro sguardo».   

 Jean-Loup Bourget osserva: «Nel 2007, l’Österreichisches Filmmuseum di Vienna ha pubblicato un’eccellente monografia su The Case of Lena Smith, una meticolosa “ricostruzione” illustrata del film, modellata sulle opere di Herman G. Weinberg riguardanti i film martoriati di Erich von Stroheim […]. Ne resta solo un frammento di quattro minuti, e l’incredibile riscoperta merita di essere raccontata. Come scrive lui stesso nella pubblicazione viennese, Komatsu Hiroshi ha riportato alla luce questo frammento nel 2003, durante un viaggio in Cina, in un negozio di antiquariato a Dalian, l’ex Port Arthur dell’epoca russa. Pur affermando modestamente che questo tipo di ritrovamento non è insolito, aggiunge a ragione che non è comune ritrovare un frammento di un film muto famoso ma perduto di Sternberg. Una coincidenza poetica vuole anche che tale frammento — pubblicato dal Filmmuseum di Vienna in un supplemento al DVD di The Salvation Hunters [Premio Peter von Bagh 2017 per il migliore DVD al Cinema Ritrovato di Bologna, NdR] — contenga proprio la sequenza al Prater, il luna park viennese che Sternberg descrive dettagliatamente in due pagine delle sue memorie. Vi rievoca il “paradiso infantile” che aveva frequentato assiduamente fino a sette anni, e quell’incantevole ricordo desiderava metterlo in scena nel prologo di Lena Smith. Tra le poche immagini salvate dalla distruzione, ecco le più sorprendenti: l’ipnotizzatore che solleva lentamente in aria una bella addormentata, la fa levitare e le passa un cerchio attorno al corpo. Ma anche la “foresta di palloncini”, e il palloncino che uno degli ufficiali famelici di donne fa scoppiare con le forbici. Un gesto provocatorio e sexy che verrà ripreso nel ballo in maschera di Dishonored (Disonorata, 1931), e all’inizio di The Devil is a Woman (Capriccio spagnolo, 1935). Va ricordato che il Carnevale rappresentato da Sternberg in varie ambientazioni, spagnole, russe, americane di Chicago oppure di New York, è sempre e soprattutto quello viennese. Giustizia poetica, doveva essere proprio un docente giapponese, ammiratore e specialista di Sternberg, a trovare e identificare il frammento di un film che, come ci riferisce lo  stesso Komatsu, è stato più apprezzato in Giappone che altrove. Lo paragona giustamente al filone giapponese dei “film sulle madri” (hahamono), e anche alla Blonde Venus (Venere bionda, 1932) di Sternberg e Marlene. Sappiamo che l’interesse e la curiosità di Sternberg per il Giappone erano ricambiati. Lo dimostrano il suo viaggio in Giappone alla fine degli anni Trenta e, naturalmente, The Saga of Anathan».

 Il film d’addio fu girato da Sternberg a Kyoto, nei teatri di posa costruiti apposta per le riprese. Presentato alla Mostra di Venezia del 1953 ebbe purtroppo scarso successo. Tra gli adoratori del film vanno annoverati François Truffaut e Jim Morrison, un allievo di Sternberg, docente di cinema all’UCLA nel corso degli anni 50. L’edizione restaurata dalla Kino Lorber nel 2017, con la collaborazione di varie cineteche internazionali, è servita a rendere giustizia al film. La si può ammirare su YouTube. L’illustrazione del presente articolo proviene dai titoli di testa del film.

Il volume viennese dedicato alla ricostruzione di The Case of Lena Smith riporta i giudizi molto elogiativi di recensori dell’epoca quali Dwight Macdonald e Georges Charensol. Va aggiunto che l’esaurientissimo tomo è stato curato, per la collana SYNEMA Publikationen, dagli storici e archivisti austriaci Alexander Horwath e Michael Omasta, veterani delle Giornate pordenonesi alla pari di Komatsu Hiroshi e Jean-Loup Bourget.

Continuando a spulciare nel labirintico quanto lacunoso database delle Giornate del Cinema Muto, siamo in grado di rilevare che Josef von Sternberg è apparso altre diciotto volte tra noi mutofili. Soprattutto in qualità di “influencer” di cineasti americani, danesi, inglesi, tedeschi e cinesi. Un esempio: Li Lili, “la Dietrich di Yu Sun, lo Sternberg cinese”, star di Huoshan Qing Shue, 1932. Inoltre, come giovane apprendista del regista britannico Harold Shaw in Kipps, 1921. O ancora, come rimontatore anonimo dei capolavori del coetaneo asburgico Erich von Stroheim. Last but not least, come autore a tutto tondo di The Docks of New York (I dannati dell’oceano [il database traduce il titolo “I dollari di New York”, sic!], 1929). Un oceanico capolavoro che era stato accompagnato, alla terza edizione delle Giornate, dalla Dutch Youth Film Orchestra diretta dal maestro Berndt Heller.

Strano che altri acclamatissimi capolavori anni Venti di Josef von Sternberg non siano ancora approdati sulle rive del Noncello. Ad esempio, l’epopea gangsteristica che Luis Buñuel aveva collocato, nel 1952, al primo posto dei suoi dieci film preferiti della storia del cinema: La ley del hampa, ovvero Underworld (Le notti di Chicago, 1927). Nel 1977, per Cet obscur objet du désir (Quell’oscuro oggetto del desiderio), il maestro aragonese si sarebbe ispirato allo stesso “caliente” romanzo di Pierre Louÿs che aveva dato origine a Capriccio spagnolo. Josef von Sternberg in æternum docet.