Josef von Sternberg. Vienna, Hollywood, Kyoto, Pordenone

di Lorenzo Codelli

Due belle notizie. Le splendide memorie che Josef von Sternberg aveva pubblicato nel lontano 1966 sono state recentemente riedite in Italia con il titolo Avventure in una lavanderia cinese (Cuepress, Imola, 2025, nuova traduzione di Ludovica Peruzzi, prefazione di Goffredo Fofi, 240 p; la precedente era stata pubblicata nel 2009 dalle Edizioni Lithos a Roma col titolo Follie in una lavanderia cinese). Lo storico francese Jean-Loup Bourget ha dato alle stampe mesi fa un affascinante periplo filosofico intitolato Josef von Sternberg. L’image, le récit, la foi jurée (Classiques Garnier, Parigi, 2026, 260 p).

Nel capitolo scritto dal nostro vieux copain Bourget sulle memorie di Sternberg, apprendiamo parecchie cose: «Dal suo ultimo film [The Saga of Anathan / L’isola della donna perduta, 1953] fino all’uscita delle sue memorie, la transizione è esplicita ma nel contempo sottile. All’inizio del commento di Anathan si trova la frase: “E così entrammo nel labirinto tortuoso e infestato di questa giungla aliena, un mondo bellissimo ma malvagio dal quale molti di noi non sarebbero mai più tornati”. Nel trailer originale del film, Sternberg usa la stessa espressione, riferendosi alla giungla labirintica in cui si svolge la vicenda. Lo storico americano Herman G. Weinberg ci rivela che il titolo originale che Sternberg aveva in mente per le sue memorie era “Guida a un labirinto”. Al momento della pubblicazione preferì il più enigmatico “Divertimento in una lavanderia cinese”. Ce lo spiega all’inizio del libro: il titolo si riferisce a un film Edison. Si tratta senza dubbio di Chinese Laundry Scene, una breve comica slapstick che mostra un cinese inseguito da un poliziotto in un ambiente ristretto. Venne girata nel 1894 —l’anno di nascita di Sternberg— da William K. L. Dickson e William Heise per il Kinetoscope di Edison, ed è facilmente accessibile (in mediocre qualità) su YouTube. Lo si trova anche con il titolo Robetta and Doretto, dal nome dei due attori. La “lavanderia cinese” era forse un eufemismo per indicare una fumeria d’oppio. Secondo Jean Pavans, il titolo di Sternberg era “una bonaria presa in giro di Hollywood”. […]  Le memorie ci servono da finestra sulla personalità complessa di Sternberg, un artista tormentato—com’è stato ripetutamente detto— da un orgoglio a volte legittimo, a volte eccessivo, che s’intreccia con un masochismo che lo spinge a cadere, più o meno consapevolmente, in “trappole” che in seguito gli permettono di crogiolarsi nei propri fallimenti».

 I 39 secondi di Chinese Laundry Scene, copia a 35mm proveniente dalla Library of Congress di Washington, erano stati proiettati al Cinema Verdi di Pordenone nell’ottobre 1997. Un dato tratto dal database delle Giornate del Cinema Muto: http://legacy.cinetecadelfriuli.org/gcm/ed_precedenti/screenings_db.html .

 Questo sterminato database permette altre rivelazioni sternberghiane. All’edizione del 2003 venne proiettato un frammento di The Case of Lena Smith (Romanzo d’amore o Il calvario di Lena Smith, 1929). Così scrive nel database lo scopritore, lo storico nipponico Komatsu Hiroshi: «Tra varie copie su pellicola in nitrato scoperte e acquisite all’inizio di quest’anno, ho identificato un breve frammento del leggendario film perduto. 4 minuti che corrispondono alle inquadrature 36-61 del primo rullo. Poiché l’inquadratura 61 era l’ultima del primo rullo, si può dire che conserva la seconda metà del primo rullo nella sua interezza, senza interruzioni. Il film narra la storia di una contadina che arriva a Vienna. Sedotta da un giovane ufficiale fannullone, rimane incinta e lavora come domestica nella casa dei genitori dell’amante. Il padre, capo dell’Ufficio della Morale Pubblica di Vienna, la licenzia quando scopre che ha un bambino, e il neonato le viene portato via. Per riaverlo, la ragazza riesce a procurarsi del denaro, ma l’amante lo sperpera al gioco e si suicida. Venuto a conoscenza di tutta la vicenda, il padre dell’ufficiale cerca di insabbiarla per salvaguardare l’onore della famiglia. Lena finisce in carcere, ma riesce a fuggire e a riprendersi il bambino. Quindici anni dopo scoppia la guerra. Suo figlio, che ha sedici anni, deve arruolarsi nell’esercito. Le viene portato via di nuovo, stavolta dalla patria. Il frammento del film consiste nella sequenza in cui Lena Smith e la sua amica arrivano dall’Ungheria e si divertono al Prater, il luna park di Vienna. Le immagini abbaglianti di questo breve frammento — una carrellata, una doppia esposizione, alcune figure riflesse nell’acqua increspata (che ricordano una scena del primo film di Sternberg, The Salvation Hunters, 1925) — catturano irresistibilmente il nostro sguardo».   

 Jean-Loup Bourget osserva: «Nel 2007, l’Österreichisches Filmmuseum di Vienna ha pubblicato un’eccellente monografia su The Case of Lena Smith, una meticolosa “ricostruzione” illustrata del film, modellata sulle opere di Herman G. Weinberg riguardanti i film martoriati di Erich von Stroheim […]. Ne resta solo un frammento di quattro minuti, e l’incredibile riscoperta merita di essere raccontata. Come scrive lui stesso nella pubblicazione viennese, Komatsu Hiroshi ha riportato alla luce questo frammento nel 2003, durante un viaggio in Cina, in un negozio di antiquariato a Dalian, l’ex Port Arthur dell’epoca russa. Pur affermando modestamente che questo tipo di ritrovamento non è insolito, aggiunge a ragione che non è comune ritrovare un frammento di un film muto famoso ma perduto di Sternberg. Una coincidenza poetica vuole anche che tale frammento — pubblicato dal Filmmuseum di Vienna in un supplemento al DVD di The Salvation Hunters [Premio Peter von Bagh 2017 per il migliore DVD al Cinema Ritrovato di Bologna, NdR] — contenga proprio la sequenza al Prater, il luna park viennese che Sternberg descrive dettagliatamente in due pagine delle sue memorie. Vi rievoca il “paradiso infantile” che aveva frequentato assiduamente fino a sette anni, e quell’incantevole ricordo desiderava metterlo in scena nel prologo di Lena Smith. Tra le poche immagini salvate dalla distruzione, ecco le più sorprendenti: l’ipnotizzatore che solleva lentamente in aria una bella addormentata, la fa levitare e le passa un cerchio attorno al corpo. Ma anche la “foresta di palloncini”, e il palloncino che uno degli ufficiali famelici di donne fa scoppiare con le forbici. Un gesto provocatorio e sexy che verrà ripreso nel ballo in maschera di Dishonored (Disonorata, 1931), e all’inizio di The Devil is a Woman (Capriccio spagnolo, 1935). Va ricordato che il Carnevale rappresentato da Sternberg in varie ambientazioni, spagnole, russe, americane di Chicago oppure di New York, è sempre e soprattutto quello viennese. Giustizia poetica, doveva essere proprio un docente giapponese, ammiratore e specialista di Sternberg, a trovare e identificare il frammento di un film che, come ci riferisce lo  stesso Komatsu, è stato più apprezzato in Giappone che altrove. Lo paragona giustamente al filone giapponese dei “film sulle madri” (hahamono), e anche alla Blonde Venus (Venere bionda, 1932) di Sternberg e Marlene. Sappiamo che l’interesse e la curiosità di Sternberg per il Giappone erano ricambiati. Lo dimostrano il suo viaggio in Giappone alla fine degli anni Trenta e, naturalmente, The Saga of Anathan».

 Il film d’addio fu girato da Sternberg a Kyoto, nei teatri di posa costruiti apposta per le riprese. Presentato alla Mostra di Venezia del 1953 ebbe purtroppo scarso successo. Tra gli adoratori del film vanno annoverati François Truffaut e Jim Morrison, un allievo di Sternberg, docente di cinema all’UCLA nel corso degli anni 50. L’edizione restaurata dalla Kino Lorber nel 2017, con la collaborazione di varie cineteche internazionali, è servita a rendere giustizia al film. La si può ammirare su YouTube. L’illustrazione del presente articolo proviene dai titoli di testa del film.

Il volume viennese dedicato alla ricostruzione di The Case of Lena Smith riporta i giudizi molto elogiativi di recensori dell’epoca quali Dwight Macdonald e Georges Charensol. Va aggiunto che l’esaurientissimo tomo è stato curato, per la collana SYNEMA Publikationen, dagli storici e archivisti austriaci Alexander Horwath e Michael Omasta, veterani delle Giornate pordenonesi alla pari di Komatsu Hiroshi e Jean-Loup Bourget.

Continuando a spulciare nel labirintico quanto lacunoso database delle Giornate del Cinema Muto, siamo in grado di rilevare che Josef von Sternberg è apparso altre diciotto volte tra noi mutofili. Soprattutto in qualità di “influencer” di cineasti americani, danesi, inglesi, tedeschi e cinesi. Un esempio: Li Lili, “la Dietrich di Yu Sun, lo Sternberg cinese”, star di Huoshan Qing Shue, 1932. Inoltre, come giovane apprendista del regista britannico Harold Shaw in Kipps, 1921. O ancora, come rimontatore anonimo dei capolavori del coetaneo asburgico Erich von Stroheim. Last but not least, come autore a tutto tondo di The Docks of New York (I dannati dell’oceano [il database traduce il titolo “I dollari di New York”, sic!], 1929). Un oceanico capolavoro che era stato accompagnato, alla terza edizione delle Giornate, dalla Dutch Youth Film Orchestra diretta dal maestro Berndt Heller.

Strano che altri acclamatissimi capolavori anni Venti di Josef von Sternberg non siano ancora approdati sulle rive del Noncello. Ad esempio, l’epopea gangsteristica che Luis Buñuel aveva collocato, nel 1952, al primo posto dei suoi dieci film preferiti della storia del cinema: La ley del hampa, ovvero Underworld (Le notti di Chicago, 1927). Nel 1977, per Cet obscur objet du désir (Quell’oscuro oggetto del desiderio), il maestro aragonese si sarebbe ispirato allo stesso “caliente” romanzo di Pierre Louÿs che aveva dato origine a Capriccio spagnolo. Josef von Sternberg in æternum docet.

HAHAHAN’T

Per un giorno il cinema sospende la propria funzione principale e diventa altro da sé: nessun film, solo videoinstallazioni. Le sale smettono di essere esclusivamente luoghi dedicati alla proiezione per aprirsi a nuove esperienze, contaminazioni e possibilità di attraversamento. È una vera e propria occupazione artistica quella che giovedì 18 giugno, dalle 17.00 alle 23.00, trasformerà Cinemazero, spazioZero e la Mediateca in un territorio da esplorare, vivere e reinventare. 

Con HAHAHAN’T, progetto coordinato dall’artista pordenonese – ora con base negli USA – Daniele Puppi, e realizzato da trentadue studentesse e studenti del corso di Videoinstallazione e Videoscultura dell’Accademia di Belle Arti di Roma, il cinema abbandona temporaneamente la propria identità consolidata per diventare uno spazio aperto all’azione, alla sperimentazione e al disorientamento percettivo. 

“Spesso giovani artisti e artiste non trovano spazio: dovrebbe essere compito delle istituzioni culturali anche più importanti osare e aprire alla creatività, alla sperimentazione, alle proposte non codificate. A Pordenone succede il contrario, e Cinemazero apre con piacere a futuri artisti visivi, non esitando a trasformare i propri luoghi e programmi di film in un’azione corale e libera”, dichiara Riccardo Costantini, responsabile degli eventi e degli Archivi di Cinemazero. 

“La presenza di studenti e artisti in residenza, provenienti anche da fuori città, dimostra come Pordenone sia oggi un luogo capace non solo di ospitare, ma anche di generare arte e cultura” ha dichiarato Alberto Parigi, Assessore alla Cultura del Comune di Pordenone. “È esattamente uno degli obiettivi che ci eravamo prefissati nel percorso di candidatura a Capitale italiana della Cultura 2027 e che stiamo progressivamente concretizzando attraverso numerosi progetti. Questa iniziativa, in particolare, rappresenta un esempio significativo del valore della collaborazione con un partner fondamentale come Cinemazero.” 

L’evento prende la forma di una diffusa invasione creativa: non solo la sala cinematografica, ma anche gli ambienti di Cinemazero, della Mediateca e di spazioZero verranno simbolicamente occupati da installazioni video, proiezioni, performance e interventi sonori. Ambienti differenti ma comunicanti, trasformati in un unico organismo in continua evoluzione, attraversato da immagini, suoni, corpi e memorie. In particolare, troveranno spazio nelle installazioni alla Mediateca le “memorie visive” del territorio: le giovani artiste e artisti hanno infatti attinto al patrimonio di film “familiari” che mostrano Pordenone, il suo paesaggio fisico e umano, per creare le loro opere. Le sale di Cinemazero saranno invece occupate da lavori più puramente creativi, provocatori, sperimentali. Lì, in tutte e quattro le sale, la frontalità dello schermo, il buio disciplinato attorno alle sedute e la tradizionale separazione tra spettatore e immagine vengono messe in discussione da opere che alterano e ridefiniscono l’architettura degli spazi, invitando il pubblico a un’esperienza attiva e immersiva. Lo spettatore non è più semplice osservatore, ma parte integrante di un processo che lo coinvolge fisicamente e percettivamente. SpazioZero stesso sarà animato da immagini, e non mancherà musica anche dal vivo. 

Il titolo HAHAHAN’T suggerisce una risata interrotta, disturbata, forse negata: un cortocircuito tra ironia e collasso, presenza e assenza, che riflette la natura stessa del progetto. Una riflessione radicale sul modo in cui si abitano gli spazi, si guardano le immagini e si percepiscono i corpi. 

Da anni Daniele Puppi sviluppa una ricerca artistica che indaga il rapporto tra corpo, suono, immagine e architettura, ridefinendo la video-installazione come esperienza fisica e sensoriale. Questa tensione si riflette anche nel lavoro svolto con gli studenti, attraverso un processo aperto di sperimentazione collettiva in cui l’opera diventa un campo di relazione tra ambiente, percezione e presenza. 

Con HAHAHAN’T, il cinema torna a essere un organismo vivo e mutevole: una macchina sensibile da attraversare, sabotare e reinventare. 

L’iniziativa è promossa da Cinemazero in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Roma, nell’ambito del progetto “La Fabbrica dei Sogni”, curato da Cinemazero, verso Pordenone Capitale Italiana della Cultura e del progetto “Memorie Animate di una Regione FVG”

“Rain Catcher” vs “Blow up” Intervista con Michele Fiascaris

Di Lorenzo Codelli

Il tuo corto Rain Catcher lo avevi presentato a numerosi festival.

Nel 2018 aveva avuto la première al Festival di Sitges, e successivamente è stato presentato a Trieste Science Plus Fiction, London Short Film Festival, Bruxelles Fantastic Festival e ad altre rassegne in giro per il mondo. È stato distribuito su HBO e adesso è su Disney Plus in tutta Europa.

Avevi già allora l’idea di trarne un lungometraggio. Ci sono voluti sette anni.

Avevamo l’idea di svilupparlo in un lungo, in realtà poi c’è stato di mezzo il lockdown del covid. La sceneggiatura ha vinto alcuni premi, siamo stati selezionati da Netflix e Creative UK per il programma che si chiama Breakout, poi mai realizzato in realtà. Ciò ci ha aiutato a darci forza per portare a termine lo sviluppo del film.

Comera nata l’idea duna vicenda così introversa, un fantasy noir?

L’idea era venuta in realtà nel 2016. Io e Filippo Polesel, il mio sceneggiatore, avevamo visto online un video diventato virale: un operatore filmava una folla da distante con un obiettivo telescopico. Un uomo nella folla si gira e guarda in macchina,nonostante sia lontanissimo, con una faccia molto aggressiva o comunque intensa. Poi cammina verso la telecamera percorrendo centinaia di metri. L’operatore, colto di sorpresa,inizialmente fa zoom indietro, finché la persona non gli arriva vicino. Allora stacca la telecamera dal trepiede e scappa via. Ma in realtà era un misunderstanding, perché quel tizio non stava andando verso di lui ma verso un monumento alle sue spalle. Ma dava l’impressione di essere la storia d’un uomo spiato che si rende conto di essere osservato e vuole vendicarsi, o comunque affrontare l’operatore che lo spia. Da lì l’idea di un personaggio femminile che può comparire in diverse foto o video ma non si capisce chi sia.

Hai coinvolto diversi partner per coprodurre Rain Catcher.

La maggior parte della produzione l’abbiamo sostenuta noi. Cioè il mio produttore Filippo Polesel, che è di Venezia, e il nostro socio svedese Henrik Källsson. Poi è intervenuto un partner minoritario, una compagnia di Londra che si chiama Featuristic Films. Abbiamo avuto qualche investimento anche dall’Italia: il friulano Marco Cainero e mio fratello Alessandro.

Sei udinese ma lavori da parecchio tempo in Gran Bretagna dopo aver studiato alla London Film Academy. Tra i tuoi primi corti ricordo la sigla per unedizione del Far East Film Festival. La tua compagnia di produzione si chiama Yellow Pill [ https://www.yellowpill.co.uk/contact/ ]

Avevo fatto anche un mediometraggio a livello semi studentesco che si chiamava Fat Cat durante gli studi alla London Film Academy. In seguito ho lavorato soprattutto in pubblicità e ho realizzato branded films per diverse compagnie internazionali. Non ho ancora girato film in Friuli, ma per il mio prossimo progetto ho un’idea perfetta per la nostra regione.

Al Festival di Karlovy Vary Rain Catcher ha ottenuto straordinarie recensioni da parte delle maggiori riviste specializzate.

Sì, abbiamo avuto delle recensioni molto positive. Damon Wise di Deadline ci ha fatto una bellissima review, idem Cineuropa. Screen Daily lo ha addirittura giudicato il miglior film della settimana. È stato un bell’inizio. Hollywood Reporter ha pubblicato una mia lunga intervista. Quale sarà la distribuzione a livello internazionale — ma anche in Italia— non lo sappiamo ancora.

Rain Catcher è un film molto londinese, ricorda i classici inglesi in bianco e nero di David Lean e Carol Reed che si svolgono di notte, nella nebbia, in angoli bui e tempestosi”.

Lo definirei un “neo noir”. Un noir moderno che si collega con la tradizione. A me personalmente piace molto David Fincher. Per il corto mi ero ispirato molto a Seven, come look del film e come stile. Poi per il lungo ho un po’ mescolato le cose e mi sono ispirato, dal punto di vista stilistico, anche a Brian De Palma e ad altri registi. Quindi lo stile si è arricchito, rispetto al corto, dal punto di vista dei colori, della luce, ecc. Il lungo è ancora più notturno, però più colorato e più spinto. Ci sono influenze di film come Drive di Nicolas Winding Refn, o dei film di Bran De Palma anni ‘80 sul voyeurismo.

Ovviamente anche di Blow up, il capolavoro di Michelangelo Antonioni, dato che hai messo al centro il personaggio dun fotografo professionista londinese.

Infatti, l’idea che al mio sceneggiatore e produttore Filippo Polesel e a me piaceva molto in Blow up era il tema del mistero nella foto. È bello guardare dentro una foto e scoprirne i dettagli. Abbiamo fatto riferimento anche ad altri film, ad esempio La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock e Locchio che uccide di Michael Powell.

Come hai scelto il cinematographer e la troupe?

Con loro ho sempre lavorato assieme, sia in pubblicità che su altri corti. Il direttore della fotografia si chiama Evgeny Sinelnikov, russo di nascita ma naturalizzato inglese. È un amico da quindici anni e abbiamo lavorato insieme mille volte.

Gli attori principali come li hai scelti?

Il protagonista Dudley O’Shaughnessy era anche nel cortometraggio. Ha un look molto particolare, un’aria introversa interessante, misteriosa. Per il lungometraggio ho avuto come casting director Gary Davy che ha vinto un Emmy e ha fatto tanti film diretti dal noto artista inglese Steve McQueen, oltre alla famosa serie TV Band of Brothers prodotta da Steven Spielberg. Tra i vari attori Gary ci ha proposto Iris Law, la figlia di Jude Law. Nel prologo del film è bravissima, considerando che non ha molta esperienza. Jesse Mei Li è fantastica come co-protagonista. È nata in Inghilterra ma il padre è di Hong Kong, ed è protagonista anche della serie fantasy su Netflix Shadow and Bone. Ora sta interpretando una serie asiatica intitolata The Seasons.

Rain Catcher verrà acquisito da Netflix o da altre piattaforme?

Non lo escludo, prima spererei in una distribuzione al cinema, magari limitata. Ora lo stiamo proponendo al London Film Festival e ad altre rassegne internazionali.

Scatti di cinema a Cesena

Di Andrea Crozzoli

È nella provincia che ritroviamo originali e vivaci fermenti culturali. Parliamo di Cesena la cui fondazione risale al V secolo a.C., epoca di cui, come importante centro sulla via Emilia, si conservano notevoli vestigia.

Ma la sua gloria risiede anche in quella che è la prima biblioteca civica in Europa e unico esempio di biblioteca monastica perfettamente conservata tanto da essere stata inserita dall’Unesco tra i beni da conservare, ovvero la Biblioteca Malatestiana risalente al XV secolo.

Vivacità intellettuale che Cesena ha saputo conservare e coltivare anche attraverso il Centro Cinema Città di Cesena, che da anni si occupa di conservazione della fotografia di scena. Con passione e competenza il Centro Cinema Città di Cesena ha raccolto migliaia e migliaia di negativi che costituiscono un patrimonio unico per studiare la storia del cinema. Nel 1998 il Centro  ha anche ideato un concorso nazionale annuale per fotografi di scena italiani: CliCiak – Scatti di Cinema, ovvero uno strumento sia promozionale del lavoro dei fotografi di scena di oggi sia idoneo per offrire visibilità a materiali spesso qualitativamente eccellenti, destinati però spesso a non vedere mai la luce. Anche se sottotraccia il vero fine era, appunto, quello di creare e incrementare annualmente una fototeca sul cinema italiano contemporaneo, che affianchi gli archivi storici già acquisiti dal Centro Cinema Città di Cesena. Oggi la fototeca, che è un unicum in Italia, ha infatti raccolto quasi 40.000 stampe a documentazione del cinema italiano degli ultimi 30 anni. Una fonte di studio praticamente inesauribile.

Quest’anno la 29ma edizione, tra centinaia di scatti sui set cinematografici italiani, ha doppiamente premiato sia come miglior fotografia, che come “Portrait, ritratto sul set” Simone Falso per una intensa foto sul set di Le città di pianura di Francesco Sossai dove il fotografo con un’accurata e sapiente inquadratura sul volto del regista è riuscito a cogliere l’inquietudine dell’autore al lavoro senza perdere, pur nel dettaglio significante, la contestualizzazione cinematografica grazie anche alla sua perfetta cura compositiva. Simone Falso, padovano (classe 1975) ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Venezia e all’Hoch Schule der Kunst di Berlino. In seguito a Londra ha lavorato come fotografo  e realizzato diverse video produzioni come direttore della fotografia. Le sue immagini fotografiche sono state pubblicate in importanti libri e periodici (tra cui Internazionale, The Times, L’Espresso). Dal 2010 si dedica al cinema, come aiuto regia, fotografo di scena, e direttore della fotografia collaborando, tra gli altri, con Ermanno Olmi, Andrea Segre e, naturalmente, Francesco Sossai.

Nella sezione bianco e nero il premio speciale “Portrait ritratto sul set” è andato a Gianfilippo De Rossi per la foto scattata durante la lavorazione del film 40 Secondi di Vincenzo Alfieri, dove l’intensità del volto e dello sguardo attraverso il vetro colgono appieno l’atmosfera di un set in divenire in un gioco di rimandi fra oggetti riflessi e oggetti reali. Una fotografia che è riuscita a rappresentare perfettamente il mistero del cinema, eterna sineddoche del sogno ad occhi aperti. De Rossi, romano (classe 1987) si divide fra Roma e Los Angeles; nella città californiana haincontrato Douglas Kirkland, leggendario fotografo, con cui ha collaborato per diversi anni acquisendo importantissime lezioni di fotografia. Le sue fotografie sono state esposte a Roma nel 2017 e a Berlino nel 2018/19.

Segnalazione infine per la foto di Paolo Modugno dal film Napoli-New York di Gabriele Salvatores dove il fotografo ha colto nel volto della ragazzina quello che Henri Cartier-Bresson definiva “l’istante decisivo” ovvero quell’istante in cui tutti gli elementi di una  scena, dalla composizione, alla narrazione e all’emozione si fondono in perfetta osmosi: un’istante decisivo che vale dieci didascalie.

Accanto al concorso a Cesena troviamo anche due altre interessanti mostre dedicate una a Claudia Cardinale, già ospite nel 2006 della città romagnola per un suo omaggio e l’altra mostra dedicata alle figure femminile nel cinema dei fratelli Taviani. Entrambe le esposizioni sono state realizzate con materiali provenienti dall’archivio del Centro Cinema Città di Cesena.

La giuria di CliCiak quest’anno era composta da Franco Bellomo, Vera Bessone, Marco Leonetti, Antonio Maraldi, Elena Pagnoni e … dal sottoscritto.