L’inesorabile deriva solipsistica dei cinefestival
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Dove la mano dell’uomo non
aveva messo piede …
sentieri di cinema!
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Di Andrea Crozzoli
Festival
di cinema? Sono rimasto assente per un certo periodo dalle manifestazioni
cinematografiche. Quando le frequentavo assiduamente, per avere più facile
ingresso alle proiezioni collaboravo con un quotidiano di Trieste che ogni
giorno pubblicava i miei resoconti. Questo mi garantiva che non avrei fatto la
fila inutilmente, come invece accadeva a molti altri. Per gestire la massa
degli accreditati i festival, da sempre, suddividono gli accrediti per
categoria: prima i media e la stampa che il giorno dopo la proiezione, con
articoli e recensioni, operano da cassa di risonanza dei film via via
presentati; poi i professionisti e addetti ai lavori come registi, produttori,
attori e operatori del settore; poi i direttori di festival, studiosi, cinefili
e giù giù cantando.
Per
avere buone possibilità di metter piede in sala durante un festival l’accredito
stampa, dunque, era l’ideale; l’accredito cinefili serviva spessissimo solo per
mettersi in coda fuori dalle sale che venivano riempite da stampa/media e dai
professionisti oltre che dal pubblico in tenuta di gala.
Ma
ai festival non si andava solo per vedere i film che sarebbero usciti nella
prossima stagione, ma anche per intercettare qualche autore/attore disponibile
a venire a presentare il suo film in sala, per conoscere gente del settore,
operatori culturali, giornalisti, per attivare relazioni di scambio ed altro
ancora. All’epoca i film uscivano in sala e solo dopo alcuni mesi venivano resi
disponibili per il circuito dell’home video.
La
giornata festivaliera, una volta ottenuto l’accredito stampa, era scandita da
una precisa liturgia: ore 8.30 proiezione del film in concorso, ore 10.30/11.00
conferenza stampa con il cast del film appena visto; ore 12.30 pausa panino e
telefonata della redazione con indicazione dello spazio riservato alla
recensione e cronaca del film; ore 13.30/14.00 corsa in sala stampa per
scrivere l’articolo con attesa anche di mezz’ora affinché si liberi una
postazione con computer; tra le 15.00 e le 18.00 conquistata la postazione con
computer si cercava di comporre un articolo che raccontasse a chi non c’era, in
maniera perlomeno oggettiva, quanto visto; ore 18.00 spedizione della mail alla
redazione con articolo/recensione per il giorno dopo; ore 19.00 proiezione
secondo film in concorso il giorno dopo, per cui rientrerà nella redazione
dell’articolo di domani su dopodomani. Alle 21.30/22.00 in uscita dalla
proiezione scambi di opinioni con altri colleghi e leggera cena per essere
pronti il mattino seguente in quanto alle 8.30 si era di nuovo in sala di
proiezione.
Per anni, anzi decenni, questa laica liturgia ogni giorno è stata scandita inesorabilmente: dalle proiezioni, dalle conferenze stampa più o meno vivaci, dai contatti che si stabilivano fra il gruppo di giornalisti che si ritrovavano a distanza di un anno a lavorare gomito a gomito. Le accese discussioni all’uscita dei film, le facce perplesse della stampa estera difronte ai doppi e tripli giochi italici di alleanze come ai tempi de Il mestiere delle armi di Olmi. Insomma un vero e proprio scambio, una specie di osmosi fra operatori del settore, compresi gli slalom per arrivare prima in sala stampa. Sono passati solo pochi anni e il poderoso avanzare delle nuove tecnologie ha spezzato e spazzato tutto questo compreso ogni rapporto umano, ogni possibilità di scambio, cancellato ogni luogo di incontro. La comunicazione corre sul web, sui social, già durante il film alcuni postano giudizi e pregiudizi, la carta stampata è troppo lenta per questo mondo veloce affamato di news più o meno fake. Sparita la sala stampa, ognuno opera con il proprio portatile, iPad o iPhone utilizzando wifi. Ognuno interconnesso h24 ma contemporaneamente isolato, chiuso nel proprio guscio elettronico. Anche i biglietti si fanno con il cellulare online secondo rigidi protocolli che ogni festival applica. Ai pochi quotidiani superstiti che ancora si occupano di cinema interessa gossip, colore e outfit, i film sono la loro ultima preoccupazione. Quei pochi critici/recensori rimasti sul campo di battaglia digitano per webmagazine finiti sui clouds. Ognuno armato col proprio smartphone, strumento depositario e identitario, dove tutti ormai sono perennemente online, collegati al globo terracqueo. Non incontri fisicamente nessuna faccia amica, non ci sono più momenti aggregativi, sei felicemente sparso fra i diecimila accreditati, solo in mezzo ad altre migliaia di persone interconnesse elettronicamente. L’unica preoccupazione è di avere la batteria dello smartphone sempre sufficientemente carica. La vita è legata non più ad un filo ma ad un wifi. Il massimo della socializzazione sono un paio di WhatsApp con un fantomatico ufficio stampa se non riesci ad entrare, per inesperienza tecnologica, ad una proiezione. Ti danno il link e vedi il film sul telefonino. Tutto questo agevola, per alcuni versi, la vita pratica ad un festival ma ha reso immensamente più arido, più frettoloso, più asociale la vita festivaliera. I tempi cambiano compreso l’uomo che ha immense capacità di adattamento, soprattutto i giovani che non sanno come si stava bene prima. Ma un filo sottile di nostalgia fa capolino tra le clouds.