Berlinale 2025: la solitudine del presente
Di Marco Fortunato
Sotto la nuova direzione di Tricia Tuttle e in clima politico incandescente, segnato dalle imminenti elezioni tedesche e da un dibattito globale molto acceso su questioni di identità, inclusione e crisi delle istituzioni cosiddette tradizionali, la Berlinale – che quest’anno ha festeggiato la sua 75ª edizione – ha confermato la sua vocazione ad essere una finestra di riflessione sulla contemporaneità.
Pur nella diversità di stili e sensibilità che ogni autore e autrice porta con sé e possibile ritrovare i grandi temi sociali in molti dei film proposti, in particolare quelli inseriti in selezione ufficiale. Due i temi che sembrano emergere con maggiore forza, da un lato quello della cura, spesso volutamente problematicizzata e attenta ad indagare quasi più la condizione del curante che quella del curato, facendone emergere tutte le difficoltà e le rinunce (in questo senso è forse il legame con la crisi delle istituzioni di cui sopra, laddove è evidente che questi caregiver sopperiscono, più per necessità che per vocazione, alle mancanze di un sistema che non riesce ad accogliere e ad includere chi versa in situazioni di bisogno) dall’altro quella della crescente solitudine. Ed è attorno a quest’ultimo paradosso, quello di chi vive in una società sempre più iperconnessa eppure, si sente drammaticamente solo, che hanno ragionato le opere più interessanti viste quest’anno.

È solo con se stesso Ari, il protagonista dell’omonimo film diLéonor Serraille che prendendo ispirazione dal filone del coming of age in realtà se ne distacca realizzando un’opera originale che si distingue dalla massa di film generazionali, per delicatezza e profondità. Ari, ventisettenne, stagista in una scuola materna, crolla emotivamente davanti ai suoi alunni e viene allontanato dal padre, ritrovandosi così costretto a confrontarsi con le proprie insicurezze e con il senso di perdita che lo accompagna fin dall’infanzia. Ari è un “idiota” nel senso dostoevskiano, spaesato ma capace di una gentilezza e di una disponibilità fuori dal comune e per questo incapace di trovare posto in un mondo che vede nella bontà e nell’apertura verso l’altro una forma di debolezza. La sua crisi esistenziale è un’occasione di denuncia verso un mondo il cui decadimento sembra provocato (anche) dall’incapacità di valorizzare la gentilezza intesa nel senso più alto del termine. La solitudine interiore del protagonista è resa senza pietismi, grazie ad un mosaico di incontri e dialoghi autentici, che restituiscono la complessità e le difficoltà delle relazioni umane senza però perdere del tutto la speranza. Il protagonista non vuole rassegnarsi e continuamente a ricostruirsi per non rinunciare alla propria identità anche a costo della solitudine.

Solo e malinconico è anche Lorenz Hart (interpretato da uno straordinario Ethan Hawke) celebre paroliere americano, protagonista di BLUE MOON di Richard Linkater, che in una notte di whisky e fumo prende coscienza del proprio fallimento, della perdita del sodale Richard Rodgers e matura la consapevolezza di essere ormai rimasto solo in quanto fuori dal tempo. La parola, qui, è protagonista assoluta, tanto che pare quasi possibile seguire parte del film chiudendo gli occhi e “immaginando” (sostenuti in questo dall’ottima colonna sonora) l’ambiente circostante, peraltro tutto in interni) godendosi i dialoghi, costruiti come flussi di coscienza, che alternano ironia, amarezza e autoanalisi. Hart demolisce con perfidia i suoi rivali, riflette sulla propria identità sessuale, sulla solitudine dell’artista e sulla difficoltà di essere amato in una riflessione universale sulla fragilità dell’ispirazione e sulla solitudine che accompagna chi vive per l’arte. Un avvertimento che risuona come sempre attuale, malgrado il film sia ambientato negli anni Quaranta.

Chi non vuole rassegnarsi alla solitudine e all’emarginazione sono invece alcuni degli anziani immaginati da Gabriel Mascaro, che con O ÚLTIMO AZUL (che uscirà in Italia con il titolo “Il sentiero azzurro”), ambienta la sua storia in un Brasile distopico, dove le persone di una certa età vengono deportati in colonie di riposo per lasciare spazio ai giovani. Alcuni lo accettano ma Teresa, settantasettenne, si rifiuta e intraprende, da sola, un viaggio fluviale sul Rio delle Amazzoni in cerca di libertà. Il film affronta il tema dell’invecchiamento come processo positivo, osando rappresentare i corpi anziani come ancora desiderosi di vita e di esperienze. Mascaro inserisce elementi di tropicalismo, colori vivaci e derive lisergiche surreali, creando grande empatia tra lo spettatore e Teresa che, pur essendoci presentata come madre e nonna all’inizio del film ci chiede di accompagnarla nell’incontro con l’altro – e quindi nel superamento della solitudine – alla scoperta di una nuova dimensione personale, in grado di superare le convenzioni sociali e il “ruolo” normalmente attribuito alle donne anziane, affermando con forza il diritto di essere felici anche nella vecchiaia. Un lavoro originale e delicato che si è meritatamente aggiudicato il Premio della Giuria.

Altrettanto doveroso il riconoscimento per Radu Jude, cineasta rumero che firma KONTINENTAL ’25. Partendo da un’emergenza attualissima come quella della crisi abitativa Jude mette il dito nella piaga delle tragedie e delle contraddizioni del presente attraverso una satira sociale tagliente ed efficacissima grazie ad un espediente narrativo davvero brillante.
Orsolya, ufficiale giudiziario a Cluj, deve sfrattare un senzatetto, che si suicida subito dopo, scatenando in lei una crisi morale e rendendola vittima una gogna social che finirà per isolarla da tutto e tutti. Jude utilizza la commedia per mettere in ridicolo le contraddizioni della società rumena, ma anche per riflettere su questioni universali, facilmente traslabili in altre realtà europee. La protagonista, sensibile e altruista, si trova trasformata dalla legge in carnefice, ritrovandosi sola, abbandonata anche da chi credeva a lei vicino. Girato con un iPhone la brillante intuizione narrativa del film è quella di traslare la solitudine della vittima (il senzatetto con il suo carico di isolamento emotivo e invisibilità sociale descritte benissimo in pochissime scene) sulla protagonista/carnefice che fa emergere una dimensione pubblica della solitudine evidenziandone l’utilizzo come un sorta di punizione da parte di un sistema incapace di accogliere i soggetti emarginati e pronto e giudica – e a punire con la stessa moneta – chi viene identificato, anche in modo arbitrario, come emblema di questo sistema.
Pur nella diversità di approccio e di sfumatura ad accomunare e rendere interessante la riflessione sulla solitudine è la sua definizione non tanto come scelta personale (nessuno è solo per scelta individuale) ma come condizione in varia misura indotta dal contesto sociale e politico (e per questo, dunque, criticabile e potenzialmente modificabile). In un mondo più inclusivo, rispettoso della diversità e delle esigenze delle persone – sembrano volerci dire gli artisti – molte di queste solitudini non esisterebbero o, se anche ci fossero, potrebbero non avere conseguenze così radicali.



