Berlinale DOCS

Fra conferme e delusioni, un’edizione luci e ombre

Di Riccardo Costantini

Si sa, ci sono anni in cui “tutte le ciambelle riescono col buco”, e altri in cui è complicato servire anche un toast. Certo che da un festival come Berlino, alla sua 70° edizione e con un’ottima svolta generale impostata dal neo-direttore Carlo Chatrian (con un manipolo di valorosi italiani al suo seguito), ci si aspettava molto di più. In particolare, la sezione Forum, che quest’anno compiva 50 anni e che da sempre è stato territorio di sperimentazioni originali e provocatorie, ha deluso molto le aspettative, con lavori spesso al limite dello stilisticamente scorretto (inquadrature a camera fissa con urto accidentale della macchina, salti d’asse dissennati, montaggio di minuti e minuti completamente inutili…). Difficile, dalla selezione di Forum, per quel che abbiamo potuto vedere, salvare alcuni lavori.

Altro discorso merita il concorso internazionale. Il premio per il miglior documentario è andato a Irradiated di Rithy Panh, da anni uno dei grandi maestri dell’uso della materia reale per realizzare film: il suo lavoro, articolato in un trittico – fisicamente tripartito a schermo – di assoluta originalità visti anche i contenuti, affronta il dolore fisico e psicologico che la guerra “irradia” su chi le è sopravvissuto. Un film, purtroppo, eternamente attuale, che merita davvero il premio ricevuto. Peccato, appunto, che il resto non fosse all’altezza di questo lavoro. Un menzione fa fatta di sicuro per l’originale – e a tratti poetica (ma scontata negli esiti) – storia della scrofa Gunda (che da titolo anche al film raccontata da un altro grande del documentario come Victor Kossakovsky, in cui i protagonisti umani – artefici, ovviamente, di crudeli destini – sono relegati fuori da 90′ minuti di puro mondo animale, in bianco e nero e ad altezza bestie. Colpiscono invece, e non per sola similità di temi, due lavori dedicati alla disforia di genere: Petit Fille di Sébastien Lifshitz e Always Amber di Lia Hietala, Hannah Reinikainen. Nel primo la protagonista è una bambina, che in realtà all’anagrafe è Sasha, di sesso maschile, ma da sempre, univocamente, femminile in tutto e per tutto. Con grande delicatezza il film affronta la vicissitudine della protagonista e della sua famiglia, pronta ad amare incondizionatamente e accogliere senza giudizio, con rispetto e partecipazione nelle difficoltà di tutti i giorni, aiutando la bimba – di soli 7 anni – ad affrontare le complessità che regole, usi e costumi le impongono ogni giorno. Una toccante storia d’amore allargata, familiare, che in qualche modo assomiglia a quella di Amber – invece ragazza -, che vive in altra età disagi simili, legatissima al suo amico Sebastian, a sua volta protagonista delle stesse problematiche, ma a sesso invertito. Una vicenda piena di dolcezza e momenti di pura bellezza, in cui davvero nelle storia d’amore e di amicizia che si sviluppano nel corso della vicenda di Amber la definizione netta del sesso (per noi abitualmente elemento fondativo del nostro esistere) diventa completamente secondaria.

Di rilievo anche Aufzeichnungen aus der Unterwelt, l’ultimo lavoro di Tizza Covi e Reiner Frimmel, da noi noti per lo splendido La pivellina: la loro ultima fatica è dedicata alla scena artistica/musicale underground viennese degli anni ’60, con un sapiente uso di uno strumento principe del documentario, le interviste.

Il resto, in particolare per quel che concerne Forum…meglio non pronunciarsi, e invitare i selezionatori a fare un lavoro migliore per il 51° anniversario, sicuri che non sarà certo un anniversario tondo mancato a rovinare il lavoro di mezzo secolo.


“Con assoluta determinazione”

Dove la mano dell’uomo non aveva messo piede …

                                                                 sentieri di cinema!

Di Andrea Crozzoli

Da tempo immemore la destra in Italia ha una palese carenza di intellettuali d’area.

Situazione che permette, ad esempio, al buon Sgarbi, nonostante gli eccessi e i turpiloqui, di rimanere al suo posto, sotto l’ala del Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano.

Situazione di carenza che riemerge anche in questo frangente in cui devono, “con assoluta determinazione”, occupare tutti i posti disponibili. A prescindere.

Ecco, quindi, che per nominare il nuovo direttore del Torino Film Festival (nomina dal 2024 in quanto questa edizione 2023 viene conclusa da Steve Della Casa), il Comitato di Gestione del Museo del Cinema di Torino redige un bando che prevede un solo anno di contratto e nemmeno la certezza assoluta dell’assegnazione effettiva dopo la scelta. Questo per renderlo non certo appetibile ai grandi nomi del girone festivaliero. In più il buon Ministro Sangiuliano, protagonista, suo malgrado, di infiniti meme ironici sui social, si prodiga per sostenere la candidatura di Giulio Base (classe 1964, laureato in Lettere Moderne e Teologia) gradito anche a Giorgia Meloni. Sponsorship di assoluto peso, quella Ministro, che ha immediatamente portato Base al soglio di direttore del Torino Film Festival 2024. Un festival, quello torinese, secondo per importanza solo alla Mostra del Cinema di Venezia, che ha avuto nella sua lunga e gloriosa storia direttori come Gianni Rondolino, Alberto Barbera, Nanni Moretti, Paolo Virzì, Gianni Amelio etc.. Quindi una poltrona appetibile per l’attuale governo.

Dopo la fumata bianca uscita dal conclave del Comitato di Gestione, lo stesso ha diffuso subito un comunicato nel quale si dichiara: «Il presidente Enzo Ghigo ci tiene ad affermare con assoluta determinazione che questa scelta è avvenuta esclusivamente valutando i meriti del candidato e non è stata in alcun modo condizionata da valutazioni esterne.».

Excusatio non petita, accusatio manifesta direbbero i più colti, oppure prosaicamente la prima gallina che canta ha fatto l’uovo per commentare questa, non necessaria, preventiva giustificazione: tutti sapevano già come sarebbe andata a finire.

Ma con “assoluta determinazione” si dichiara che non è stata la forte sponda della politica romana a sospingerlo ma i meriti. Meriti che vanno dall’aver diretto come regista 29 film fra cui Poliziotti (1995), Il pretore (2014), Il banchiere anarchico (2018), oltre a varie regie per il piccolo schermo come Padre Pio.Tra cielo e terra (2000), Maria Goretti (2003) 47 episodi di Don Matteo, etc.. Ulteriore illuminante dettaglio, sempre in odor di incenso: la società di produzione di sua moglie, Tiziana Rocca, si chiama Agnus Dei. È stato anche attore Giulio Base, il ruolo per cui è ricordato è la sua comparsa in Caro Diario (1993) di e con Nanni Moretti. Una piccola, fugace apparizione la sua in una scena cult. Base è a bordo di un’auto, fermo al semaforo, Nanni Moretti gli rivolge il famoso monologo “Io credo nellepersone, però non credonella maggioranza dellepersone: mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza.”. Un momento indimenticabile del film che Base, con sguardo stralunato, chiude con un “vabbé!”.

I malpensanti sussurrano che Giulio Base non ha nel suo curriculum né significative pubblicazioni a tema cinematografico, né specifiche esperienze nell’organizzazione di festival, ovvero due dei quattro requisiti espressamente richiesti dal bando per il ruolo di direttore. Ma «l’assoluta determinazione» del presidente Ghigo sgombra il campo ad ogni dubbio. Eppure a noi sembra che organizzare un festival di ampio respiro e di prestigio come quello di Torino richiede, più che l’aiuto del buon Dio, una specifica esperienza nel settore. A Rotterdam, ad esempio, la nuova direttrice Vanja Kaludjercic è esperta di mercato della coproduzione internazionale e responsabile delle acquisizioni per Mubi, una manager della cultura con vasta esperienza organizzativa, preparata e in grado di tessere rapporti transnazionali.

Tutta la vicenda torinese appare, a prima vista, come l’ennesima conferma che in Italia i bandi sono farlocchi e le nomine decise da chi sta al potere. «Propongo di ritirare gli artigli e di essere giudicato per il lavoro che farò!» ha dichiarato ecumenicamente Giulio Base, nel tentativo di stemperare il vento della polemica sempre pronto a soffiare. Ed è quello che faremo, senza pregiudiziali ma anche senza sconti.

La grande abbuffata

di Lorenzo Codelli

Innumerevoli cineteche internazionali hanno reagito al periodo di chiusura forzata immettendo sui rispettivi siti on line tesori d’ogni epoca, genere, lunghezza. Una profusione così abbondante da rendere sovrumano qualsiasi censimento. Limitiamoci ad un piccolo florilegio ad libitum.

La Filmoteca UNAM di Città del Messico propone classici restaurati appartenenti al periodo d’oro del cinema messicano accompagnandoli con interviste e retroscena. Ad esempio La otra (1946) di Roberto Gavaldón, un capolavoro noir degno di Hitchcock. El poder en la mirada (2018) di José Ramón Mikelajáuregui, l’epopea della rivoluzione messicana tramite immagini d’epoca. «Fantasías y pandemia», una rassegna di fantahorror premonitori.

La Fondazione Cineteca Italiana di Milano offre il secondo film diretto da Riccardo Freda, 6×8/48 alias Tutta la città canta, una farsa canora con Nino Taranto iniziata nel 1943 e portata a termine nel 1945. Milano ’83, il personalissimo pamphlet di Ermanno Olmi. Amor pedestre (1918) di Marcel Fabre, un esperimento esilarante. Femmine folli (Foolish Wives, 1921), del genialissimo autore e divo Erich von Stroheim…

Il Maysles Documentary Center di Harlem, New York, un’istituzione attivissima creata nel 2005 dal leggendario documentarista Albert Maysles, ha in cartellone una miriade di reportages in collaborazione con festival, siti specializzati e autori impegnati nel sociale. Le opere giovanili di Pawel Pawlikowski, i non-fiction di Penny Lane, la première di Stalking Chernobyl: Exploration After Apocalypse (2020) di Iara Lee…

La Filmoteca de Catalunya di Barcellona regala la personale di Pere Portabella realizzata in stretta collaborazione con il novantunenne regista e esponente politico catalano. L’avanguardista autore di opere acclamate quali Cuadecuc, vampir (1971), con Christopher Lee, Nocturno 29 (1968), Die Stille vor Bach (2007)…

La Cinémathèque Française di Parigi ha creato il sottosito «Henri» – in omaggio al fondatore Henri Langlois – per esporre incunaboli di Abel Gance, René Clair, Paul Nadar, Henri Georges Clouzot, Raoul Ruiz. Gioielli dello studio Albatros, rifugio parigino degli esuli russi capitanati dal grande Ivan Mosjoukine. I godardofili non perderanno due backstage di Jacques Rozier dal set de Il disprezzo, interpretato dagli immortali BB e Michel Piccoli…

La Cineteca di Bologna, in attesa di varare la 34 edizione del Cinema Ritrovato, anticipa prelibati «fuori sala». Pathé a colori, Chaplin esordiente, reportages di Luca Comerio e Giovanni Vitrotti, corti di Marcello Baldi e Raffaele Andreassi. Una perla rara: Guida per camminare all’ombra (1954) di Renzo Renzi, l’illustre storico del cinema e fellinologo della prima ora…

Il National Film Institute di Budapest raccoglie in bell’ordine un battaglione di mirabili capolavori diretti da maestri magiari quali István Szabó (Il colonnello Redl, 1984), Zóltan Fábri (Venti ore, 1965), il pioniere Sándor (Alexander) Korda, István Gaál, Miklós Jancsó, Sándor Sára, Pál Gábor (Angi Vera, 1978), Károly Mákk, Péter Bacsó, oltre a cartoni animati, cicli monografici…

La Cineteca del Friuli di Gemona, Cinemazero di Pordenone e il Visionario di Udine propongono su «AdessoCinema» una serie di documentari realizzati o conservati sul nostro territorio in varie epoche e restaurati dall’Archivio Film del FVG. Gloria: apoteosi del soldato ignoto (1921) della Federazione Cinematografica Italiana, Grappoli d’oro (1957) di Elio Ciol e Riccardo Castellani, Dongje il fogolar (1962) di Giorgio Trentin, FMM: Fellini, Mastroianni, Masina (1985), un inedito di Gideon Bachmann dalla collezione di Cinemazero, Prime di sere (1993) di Lauro Pittini, La città di Angiolina (2010) di Gloria De Antoni e Oreste De Fornari…

American Cinematographer 100 anni Incontro con Dante Spinotti

Verso le Giornate della Luce di Spilimbergo

Di Lorenzo Codelli

Si stanno celebrando il centenario della rivista American Cinematographer e il 101 anniversario dell’American Society of Cinematographers (ASC) che l’aveva creata a Los Angeles. Il prestigioso mensile illustrato copre le lavorazioni dei maggiori film americani, analizzando le tecnologie degli autori della fotografia membri dell’ASC. E non si scorda dei luminosi capolavori del passato. Sempre più spesso la rivista dedica dossier approfonditi alle produzioni per il piccolo schermo e per il web. Grazie all’amico Dante Spinotti, membro veterano dell’ASC, ho visitato l’antica sede -un edificio anch’esso quasi centenario a pochi passi dal Chinese Theatre – incontrando alcuni suoi illustri predecessori. Racconta Dante:

Fatto abbastanza straordinario questo della nascita e della vita dell’ American Society of Cinematographers. Fondata a Hollywood nel 1919 da un gruppo di direttori dela fotografia, fu la prima associazione di professionisti del cinema in America e probabilmente nel mondo. Lo spirito era quello di chi sa di appartenere a una categoria sicuramente privilegiata tra i cineasti, coloro che lasciano un segno visivo e narrativo importante nell’opera cinematografica. Società fondata con l’impegno solenne a promuovere “Loyalty, progress, artistry”, come si legge sullo stemma ASC.

L’ASC ha sempre avuto tra i soci i migliori cinematographer di Hollywood. Da più di vent’anni , l’ASC ha incluso anche autori stranieri della fotografia che avevano realizzato opere di prestigio. La ASC ha sede tuttora in una palazzina storica, nel cuore di Hollywood.

Sede dell’ASC a Hollywood

Entrai a far parte della ASC 23 anni fa, sicuramente con grande emozione. Fu un privilegio essere presentato da tre soci quali Vilmos Szigmond, Steven Poster e Bill Fraker.

L’AIC, l’Associazione Italiana Cineoperatori, costituita nel 1950 ispirandosi all’ASC, ha avuto anch’essa dei soci straordinari, operatori e autori della fotografia di un cinema, il nostro, che aveva un enorme prestigio nel mondo. Italiani che hanno lasciato un segno a volte rivoluzionario. Pensiamo ai grandi Gianni Di Venanzo, Giuseppe Rotunno, Vittorio Storaro, personaggi che hanno cambiato il modo di creare immagini per il cinema.

All’interno di questa continua evoluzione, anche ma non solo tecnologica, si colloca la transizione verso un cinema che si divulga anche via TV, serie televisive a volte viste sul proprio laptop, se non sul telefonino. Ma il tema resta immutato: narrare storie importanti di umanità, con creatività visiva. E per ottenere questo non basta la tecnologia, che è addirittura marginale.

L’ASC si occupa attivamente di questioni tecnologiche, di assicurarsi che gli standard di qualita tecnico/artistica siano rispettati, e siano sotto il controllo dei direttori della fotografia, anche ora che una massificazione delle produzioni TV, e una tecnologia che rende facile il controllo dell’immagine finale tenderebbero a meccanicizzare e a banalizzare le cose.

L’ASC e i suoi gruppi di lavoro determinano anche, assieme agli studios, gli standard di qualità sia per le sale di proiezione che per le nuove tecnologie degli schermi TV.

Ricordo che quando leggevo per la prima volta, a 18 anni, la rivista American Cinematographer, la storica pubblicazione dell’ASC, rimanevo affascinato dalla grande dimensione industriale del cinema hollywoodiano. Ma percepivo anche la passione per un lavoro altamente individuale e al tempo stesso di grande collaborazione, un lavoro tecnico. La magia della cinepresa, delle lenti, della pellicola e della proiezione sullo schermo, che richiede però un apporto creativo e culturale, e in fin dei conti è la ragione del fascino del mestiere del cinema.

Un lavoro di grande fatica e competizione, guai se mancasse il supporto, appunto, della passione.

Tutte queste cose sostengono la presenza e l’attività di una parte dei soci ASC che hanno il tempo e la voglia di dedicarsi ed il piacere di riunirsi a chiaccherare per confrontarsi nella prestigiosa Clubhouse, quasi dimenticando invidie e competitività.

L’ASC organizza annualmente un’elegante serata di gala a cui partecipa un migliaio di persone, e durante la quale vengono assegnati i premi per la migliore cinematografia nei film, nelle serie e film TV, i premi alla carriera, onorificenze magari con un velo di autocelebrazione distribuite a destra e a manca. La serata avviene all’inizio dell’anno, poche settimane prima della cerimonia degli Oscar. Gli incassi della serata ASC e le sponsorizzazioni aiutano l’Associazione a finanziarsi e sopravvivere. E come la serata degli Oscar garantisce il finanziamento delle attivita dell’Accademia, grazie ai diritti TV nel mondo e ad altre entrate.

Nel direttivo dell’Accademia del Cinema, vengono eletti tre membri dell’ASC. l’ultimo presidente è stato John Bailey, un cinematographer. Io stesso ho avuto il privilegio di essere per tre anni nel direttivo sia dell’ASC che dell’Academy.

È come essere coinvolto in vicende cinematografiche attuali, godendo nel partecipare ad attività talmente legate alla grande Storia del cinema e fino dai primordi. Non resta che sperare che questa fantastica attività associativa possa continuare a lungo.