I documentari della Berlinale 2025 piccole/grandi ribellioni, fra memoria e contrasti sociali.
Di Riccardo Costantini
Attraversare i documentari della Berlinale 2025 è stata come sempre l’occasione di confrontarsi con un mosaico di memorie, resistenze e lotte, secondo la tradizione spesso impegnata politicamente del festival: il cinema del reale nella capitale tedesca ancora una volta non ha solo “mostrato”, ma interrogato – spesso lasciandoci con domande aperte o chiamandoci a una risposta o a un’azione – il presente. Vedendo molti dei documentari in programma, abbiamo attraversato continenti e secoli, in un viaggio eterogeneo ma capace di ricostruire ciò che la storia ufficiale, la violenza politica o le trasformazioni della modernità hanno tentato di cancellare.
Immedatiamente sull’oggi Michtav Le’David: Tom Shoval affronta l’assenza attraverso le immagini: una lettera filmata dedicata a David Cunio, rapito da Hamas, che trasforma provini e backstage dell’attore in frammenti di vita sospesa, gridando a gran voce per gli ostaggi israeliani ancora detenuti. La durezza di alcune sequenze e ricostruzioni in prima persona dei fatti del 7 ottobre , autenticamente impressionanti, scuotono lo spettatore, ma le tesi soggiacenti al film risultano troppo partigiane, forzatamente inserite e non sempre condivisibili. Dall’altra parte dell’Atlantico, Colosal di Nayibe Tavares‑Abel conduce lo spettatore nel cuore ancora caldo della politica dominicana, dove il trauma del passato non ha ancora trovato soluzione nel presente: si tratta infatti di un’indagine personale sul controverso processo elettorale e antidemocratico del 1990, intrecciando archivi e confessioni familiari. Il film ci offre uno spaccato lucido di un Paese poco raccontato. Lo sguardo si sposta poi su un’altra storia di fuga, smarrimento e resistenza: Khartoum, documentario che segue cinque abitanti della capitale sudanese mentre la guerra civile esplode, li costringe all’esilio e li obbliga a reinventare il proprio modo di testimoniare. Attraverso l’uso di animazioni, green screen e ricostruzioni oniriche, il film offre una narrazione originale, a tratti ironica a tratti dolorosa, che custodisce ciò che la guerra minaccia di annientare. In un registro diverso ma altrettanto coinvolgente per il pubblico, Zirkuskind ci immerge nella quotidianità nomade di una famiglia circense tedesca. Seguendo il piccolo Santino, il film rievoca – anche grazie a delicate animazioni – un mondo che vive in bilico tra tradizione e precarietà, dove la libertà non è mai disgiunta dalla fatica e il senso di comunità. L’attenzione al mondo giovanile ritorna anche in Hora do recreio di Lúcia Murat, ambientato nelle scuole pubbliche di Rio de Janeiro. Attraverso discussioni, ricostruzioni teatrali e testimonianze dirette, gli studenti affrontano temi come violenza di stato, razzismo e femminicidio: l’aula si trasforma in un laboratorio politico, ed emergono le complesse realtà – cariche di contrasti sociali e di violenza – della vita brasiliana attuale.

Il tema della memoria – personale e collettiva, fotografica e immaginata – trova la sua forma più poetica in La memoria de las mariposas, in cui Tatiana Fuentes Sadowski: ricostruisce il la storia violentemente coloniale della produzione del caucciù con una sorta di rebus fotografico, partendo dagli indizi presenti in un’unica fotografia ritrovati di due giovani indigeni portati a Londra a inizio Novecento. Il film rilegge archivi, li reinventa, li mette in dialogo con le comunità amazzoniche di oggi, trasformando le immagini in un atto politico di restituzione e dialogo. Giustamente, per l’originalità e la qualità visiva del lavoro d’archivio, premiato con una Menzione Speciale, il film rappresenta una delle opere più dense e visionarie dell’intero festival.
In continuità, il rapporto complesso tra esseri umani e natura emerge con forza in Only on Earth, che ci porta nella Galizia durante la più devastante stagione di incendi mai registrata. Tra vigili del fuoco, veterinari e cavalli selvatici – custodi inconsapevoli dell’equilibrio ecologico – il film racconta con straordinaria qualità fotografica non solo la distruzione, ma anche la dipendenza reciproca tra specie e l’urgenza di ripensare il nostro posto nel mondo. Una testimonianza visiva potente su ciò che il clima sta già trasformando.

A chiudere questo percorso, forse il film che abbiamo amato di più: Queer as Punk, che porta sullo schermo l’energia dirompente della band malese Shh…Diam! Un racconto entusiasmante, semplice nella narrazione ma stratificato nei contenuti, di una band che sfida apertamente un sistema che criminalizza le identità queer, trasformando concerti e attivismo in atti di pura sopravvivenza. Il film è denso di umorismo, coinvolge per la testimonianza di coraggio e invoca la complicità dello spettatore con lealtà, mostrando come la musica possa diventare uno spazio di libertà anche dentro una società repressiva. Un inno politico che, fra gli altri, grida più forte dagli schermi della Berlinale 2025, dove le storie individuali – ora condizionate dalla guerra, dalle lotte politiche e social, da eredità culturali o fragili equilibri ambientali – parlando al grande pubblico. Un’edizione, dunque, che si è distinta per la vivacità del cinema del reale proposto, capace di scuotere, a volte con forza a volte con ironia o delicatezza, il grande pubblico.





