I TURCS TAL FRIÙL
Una tragedia antica, una lingua che diventa poesia, una comunità chiamata a confrontarsi con la distruzione e con la propria capacità di resistere. È I Turcs tal Friùl, l’opera che un giovane Pier Paolo Pasolini scrisse nel 1944 guardando alla più antica tragedia dell’Occidente, I Persiani di Eschilo, e affidando alla lingua friulana una storia di invasione, dolore e resistenza. A ottant’anni dalla sua scrittura e nel cinquantesimo anniversario del terremoto che nel 1976 ha profondamente segnato il Friuli, il testo torna in scena in prima nazionale in una nuova interpretazione firmata da Alessandro Serra. Lo spettacolo è il cuore del progetto di Cinemazero “I Turcs tal Friùl 1976–2026: 50 anni dopo il terremoto”, curato da Luca Giuliani e Roberto Calabretto, un percorso che intreccia teatro, cinema, musica e memoria per rileggere, attraverso l’opera di Pasolini, il rapporto tra comunità, identità, perdita e ricostruzione.
Proprio in vista del debutto, martedì 8 settembre al Teatro Nuovo Giovanni da Udine il regista teatrale Alessandro Serra ha incontrato la stampa, offrendo alcune anticipazioni sulla sua lettura scenica dell’opera pasoliniana e sul lavoro che porterà in scena. Un confronto che ha permesso di entrare nel cuore della sua ricerca e di raccontare la sfida di trasformare in teatro un testo che Pasolini concepì come tragedia, affidandosi alla forza poetica della lingua friulana.
«I Turcs tal Friùl è una tragedia», spiega Alessandro Serra, che affronta il testo pasoliniano in una nuova scrittura scenica. Per comporla, il giovane Pasolini «si rifà alla più antica opera teatrale dell’Occidente: I Persiani di Eschilo» e sceglie di farlo attraverso una lingua appresa da adulto, «ascoltando i contadini, vocabolario alla mano». Una lingua che, sottolinea Serra, «non è fonetica ma poetica e perciò, in qualche modo, musicale».
È proprio da questa dimensione poetica che nasce la sfida della nuova messinscena. Pasolini indica un’ambientazione, ma non costruisce uno spazio teatrale, non determina musica o danza. «Queste prodigiose mancanze rendono I Turcs l’opera ideale per una scrittura di scena che si attiva a partire dalla poesia», racconta il regista. «Le parole sono pure e naturali; rosada si staglia su tutte. Significa rugiada, ma nel suono c’è una rosa che si schiude. La pronunci e la realtà si distorce in acqua».
La tragedia racconta l’invasione ottomana del Friuli del 1499 attraverso la vicenda della comunità di Casarsa e dei due fratelli Pauli e Meni. Pauli rimane nel paese, mentre il fratello minore va incontro alla morte. In questa contrapposizione fra una cultura cattolica della rassegnazione e la voce di un popolo capace di reagire alla distruzione, I Turcs sembra anticipare una delle immagini più forti della storia del Friuli dopo il terremoto: quella di una comunità che, il giorno dopo il sisma, conta le pietre e comincia a ricostruire.
È anche per questo che il testo pasoliniano è stato scelto come punto di partenza del progetto di Cinemazero. «In occasione del cinquantesimo anniversario del debutto, abbiamo inteso I Turcs come un dispositivo culturale», spiega Luca Giuliani, curatore del progetto, «riconoscendogli quell’insieme di pratiche, discorsi, istituzioni, simboli e relazioni che, da cinquant’anni, contribuiscono a produrre, di volta in volta, un determinato modo di guardare al Friuli e al mondo».
La prima rappresentazione dell’opera, avvenuta dopo il sisma, si inserisce infatti in un momento in cui la realtà stessa del Friuli era stata profondamente distrutta. Da allora I Turcs tal Friùl ha assunto progressivamente «il peso di uno dei testi fondativi della cultura friulana, e non solo», conoscendo numerose riprese e riletture. «La riflessione sulle ragioni di una nuova messa in scena e la conseguente rilettura dei Turcs», continua Giuliani, «si configurano come la riattivazione di un paradigma capace di mettere in scena, in forma tragica e rituale, il rapporto tra comunità, storia e perdita.»
Una nuova messinscena diventa dunque un modo per tornare a interrogare il presente, riconoscendo simbolicamente una comunità attraverso «la propria lingua, la propria cultura e le proprie radici».Un legame tra memoria e futuro che trova una precisa corrispondenza anche nelle parole del vicepresidente della Regione Friuli Venezia Giulia Mario Anzil: «Ci sono ferite da cui la storia fa germogliare il futuro. Il terremoto del 1976 è stata una di queste: una frattura profonda nella terra e nella vita di intere comunità, che il popolo friulano ha saputo trasformare in un atto di rinascita collettiva, silenzioso e testardo, fatto di mani, di lavoro indefesso, di poche parole e instancabili azioni. La Regione Friuli Venezia Giulia è orgogliosa di sostenere un percorso che intreccia memoria e contemporaneità e che restituisce a tutti noi – friulani e non – la consapevolezza che l’identità non è mai qualcosa di dato una volta per sempre, ma un patrimonio che si rinnova ogni volta che una comunità sceglie di raccontarsi, ricostruirsi e rinascere».
La prima nazionale di I Turcs tal Friùl diventa così molto più di un appuntamento teatrale: è un incontro tra la parola di Pasolini, la ricerca scenica di Alessandro Serra e la memoria di una terra che, cinquant’anni dopo il terremoto, continua a interrogarsi sulla propria identità e sul proprio futuro. Una tragedia che torna a vivere in scena per raccontare una comunità, ma anche per ricordare che dalla distruzione può nascere la forza di ricominciare.
Lo spettacolo è una produzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, con Teatri Stabil Furlan e Teatro Nuovo Giovanni da Udine, con il sostegno di Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Confindustria Udine e Banca 360 FVG, con il patrocinio dell’Università degli Studi di Udine, in collaborazione con Centro Studi Pasolini di Casarsa della Delizia, ERT – Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia, Comune di Casarsa della Delizia e Comune di Gemona del Friuli.