La Cina è vicina
Di Lorenzo Codelli
Mentre da un anno la “rivoluzione culturale” lanciata dal Presidente Mao Zedong stava devastando la Repubblica Popolare Cinese, l’8 settembre 1967 alla 28 Mostra del Cinema di Venezia 1967 la Giuria presieduta da Alberto Moravia assegnava ex æquo il Leone d’argento a La chinoise di Jean-Luc Godard e a La Cina è vicina di Marco Bellocchio. Due opere ferocemente satiriche sui deliri “filocinesi” che stavano invadendo la Francia, l’Italia e il resto dell’Occidente.
“Salto nel vuoto” di qualche decennio.
Nell’aprile 2004 ho avuto la fortuna di seguire assieme a Marco Bellocchio il 28 Hong Kong International Film Festival, del quale il grande regista presiedeva la giuria. Osservava ogni giorno ad occhi spalancati, e con lucida ironia, strade, negozi, musei, grattacieli dell’ex colonia britannica che venivano terremotati dai giganteschi cambiamenti che la Cina stava imponendo ovunque, rapidissimamemte.
La vis polemica e politica bellocchiana deve aver fatto proseliti laggiù, almeno stando a un terzetto di opere made in China & Hong Kong che ho applaudito negli ultimi mesi. Non le ha selezionate nessun festival, statene certi, dato che per tradizione gli hit cinesi seguono percorsi esclusivamente commerciali.
In ordine cronologico di uscita, con i rispettivi incassi a livello internazionale:
- Under Current (內幕), regia di Alan Mak, 6 dicembre 2025, $3.929.259.
- Scare Out (惊蛰无声), regia di Zhang Yimou, 17 febbraio 2026 — il Capodanno cinese —, $181.589.727.
- Cold War 1994 (寒战 1994), regia di Longman Leung, 7 maggio 2026, $112.674.
Alan Mak è stato il co-autore, assieme ad Andrew Lau, della trilogia Infernal Affairs (2002 – 2005), la saga poliziottesca dagli incassi infernali che ha ispirato a Martin Scorsese l’oscarizzato The Departed – Il bene e il male (2006). In Under Current un avvocato famoso indaga sui retroscena di una società di beneficenza che opera tra Hong Kong e la Cina. Scopre che si tratta in realtà di un’onnipotente organizzazione criminale attiva nel riciclaggio e in altri dirty business. Senza peli sulla lingua né metafore incomprensibili, Alan Mak rivela la cricca corrotta ai vertici del “benefico” potere in Cina e le lotte fratricide senza esclusione di colpi. Un noir nerissimo — qua e là evoca l’universo fiammeggiante di Ringo Lam— trainato da mattatori veterani quali Aaron Kwok, Simon Yam, Francis Ng.
Il maestro Zhang Yimou, con alle spalle una brillantissima carriera di pluripremiati drammi sociali, affreschi storici, kung fu eastern, satire di costume, con Scare Out — “Il risveglio silenzioso degli insetti” è la traduzione del titolo originale—si lancia nel genere spionistico. Impossibile da realizzare in un Paese tradizionalmente opaco come il suo, se non ottieni l’appoggio ufficiale del Ministero per la Sicurezza dello Stato, come l’ha avuto Yimou. Un gruppetto di giovani spioni, très chic e più ricchi di Bond, James Bond, scoprono via via che i vertici del loro dirty business sono venduti ai nemici occidentali. L’intrigante intrigo interessa poco a Zhang Yimou. Con il suo stile preziosamente manierista ritrae una civiltà post-postmoderna, tanto luccicante quanto vuota di valori. La detesta con tutto il suo cuore dalla primissima inquadratura fino alla penultima. L’ultima è geniale. Un colpo da maestro!

In Cold War 1994 Longman Leung realizza il prequel del suo dittico di grande successo Cold War (2012) e Cold War 2 (2016). Due eccellenti e ultraviolenti complotti poliziotteschi le cui ambizioni narrative vengono stavolta estese a dismisura nell’epico terzo capitolo. Grazie ad un grosso cast di divi famosi, alcuni in mini-camei deliziosi, e ad una sceneggiatura spietata, Leung analizza come Downing Street nel 1994 abbia stretto un’alleanza con le Triadi hongkonghesi al fine di spartirsi i dirty businness post-cessione della colonia britannica alla Cina. Mai citato esplicitamente ma comunque ubiquo, il Partito Comunista Cinese dà l’imprimatur alle cospirazioni più truci. Le sequenze spettacolari che si svolgono a Hong Kong nel 1994, e in particolare attorno al mitico — e da tempo demolito — Kai Tak Airport a Kowloon, ricreano in toni nostalgici una civiltà coloniale ahimè scomparsa.
Come mai la censura cinese, che si accanisce sui presunti attacchi “anticinesi” contrabbandati in certi polpettoni hollywoodiani, così come dai martirizzati cineasti “indipendenti” cinesi, non si è accorta che questi tre film popolari, di cassetta, contengono un forte impulso critico? Esprimono insomma lo stesso inflessibile occhio di lince con il quale Marco Bellocchio — rara avis nel cinema italico— destruttura Portobello, Esterno notte, Rapito, Marx può attendere, La Cina è vicina… Vicinissima.