Quando il pubblico dell’ovest incontra il cinema dell’est

Di Andrea Crozzoli

È il primo festival dell’anno quello che si svolge a Trieste in gennaio e, al motto di When East Meets West, continua la sua meticolosa indagine sul cinema dei paesi dell’est Europa con meritevoli opere soprattuttio di giovani registe. Sì, perché la maggior parte sono firmate da talentuose donne che riescono a darci una fotografia del mondo in continua evoluzione racontando storie ben radicate nella realtà contemporanea, mai autoreferenziali, mai ombelicali.

Come nella dramedy (riuscita ibridazione fra dramma e commedia) della giovane lituana Gabrielė Urbonaitė (nata nel 1993 a Vilnius) che in Renovacija (Cambiamento) attraverso la storia di una giovane coppia mette a nudo le difficoltà, i turbamenti, i desideri, le aspirazioni di un’intera generazione. Il tutto contrassegnato anche dall’ambientazione all’interno di un palazzo in ristrutturazione dove si gioca anche visivamente per contrappunto con la storia della giovane coppia, tra riflessi, opacità e trasparenze, tutti elementi analoghi al loro rapporto ricco di incrinature. Sempre raccontato con grazia, con estremo tatto, attraverso piccoli dettagli ed un solido aggancio alla realtà come la guerra in Ucraina. Poetico a suo modo anche il finale che rivela la fonte di ispirazione: «L’idea per il film mi è venuta un pomeriggio di circa sette anni fa, dopo aver visto Il cineamatore di Kieślowski.» come ha rivelato la stessa Gabrielė Urbonaitė a proposito di questo suo esordio nel lungometraggio, curioso e delizioso, con un umorismo asciutto e una sottile ironia nel raccontare una storia tutta femminile sul coraggio di cambiare e sulla lucida consapevolezza della superiorità femminile rispetto ai maschi.

Di tutt’altra natura il film Sorella di clausura della quarantaduenne regista serbo/romena Ivana Mladenović definito da lei stessa: «Una riflessione sul rapporto tra sesso e capitale o, più precisamente, su quanto il sesso possa sostituire il denaro, placare la fame o persino fermare l’inflazione!». Opera divisa in tre capitoli, dove nel primo la protagonista si strugge per un attempato cantante Boban mentre frequenta un ragazzo che ha l’unico merito di somigliare al musicista. Nel secondo si trasferisce dalla campagna a Bucarest iniziando un rapporto con un editore che, nonostante la scarichi, lei continua a volere fino a travestirsi pur di rivederlo. Il capitolo conclusivo la vede tornare in povertà, aumentando così l’ossessione per la sicurezza economica e i problemi sessuali. «Il film è ispirato a persone reali ed è una storia sospesa tra realtà e sogno. Pur avendo al centro una vicenda tragica è una parodia empatica dei melodrammi romantici.» ha affermato la regista a proposito di quest’opera interessante e originale, una commedia grottesca capace di raccontare con ritmo uno spaccato storico della Romania contemporanea, tanto da aver vinto al Festival di Sarajevo il premio per la Miglior Regia.

Ancora una donna dietro la macchina da presa per Mama della quarantenne Or Sinai regista israeliana che ha girato il film quaai interamente in Polonia, «Il mio progetto artistico nasce dal desiderio di dare la possibilità alla protagonista di lasciare i margini della società ed essere messa al centro. Almeno per la durata del film.» ha dichiarato a Trieste Or Sinai a proposito di Mama in cui da vita al personaggio di una colf che lavora in una lussuosa dimora in Israele, provenendo da un villaggio rurale in Polonia. Una condizione di scissione tra due mondi, per una donna di mezza età, personaggio complesso, che sfugge, però, a ogni stereotipo. Interpretato stupendamente dall’attrice bielorussa Evgenia Dodina nel ruolo della colf, la vediamo fin dall’inizio coinvolta in una scena di sesso con il nerboruto giardiniere di colore. Situazione che supera il tabù cinematografico che vorrebbe solo corpi giovani e perfetti sullo schermo. Una dimensione, dunque, sessuale per una donna sulla sessantina che vive separata dal marito, «La colf è un’immigrata che lotta per sopravvivere, ma è anche una persona vibrante e sensuale. E sa come nasconderlo sotto la sua uniforme da cameriera pur volendo vivere pienamente la sua vita piena di passione.» ha ammesso la regista nel presentare questa figura sfaccettata, complessa, che sfugge alle facili caratterizzazioni addentrandosi in una zona morale grigia dove Or Sinai osserva con uno sguardo mai giudicante, ma neanche assolutorio.

Fra le tante figure femminili che hanno meritatamente affollato il festival triestino, Nicoletta Romeo, l’infaticabile direttrice artistica della manifestazione, ha riservato uno spazio anche ai maschietti più meritevoli come il giovane trentottenne Stefan Djordjević, regista serbo alle prese con la sua opera prima, il toccante Vetre, Pricaj Sa Mnom (Vento, parla con me), docufiction in cui crea una meditazione intima ed estremamente personale sulla morte della madre e sull’elaborazione del lutto. Elaborazione che vede coinvolta tutta la sua famiglia allargata: la nonna e il nonno, il fratello, la zia, il cugino e i nipoti nel ripensare al legame del regista con la madre e il vuoto che ora lo perseguita. Un piccolo film intimo, ma allo stesso tempo universale dove il talento di Stefan Djordjević si fa notare anche a livello della messa in scena accattivante, incentrato sia sulla genitrice che su se stesso, con un poetico finale in cui la madre, mentre attendeva che il vento offrisse una folata che non arrivava, gli sussurra: «Non si può nascere sapendo tutto. Altrimenti a cosa serve vivere!». Il cinema di Stefan Djordjevic sgorga poeticamente da questo contatto immateriale con il mondo, con gli eventi e con la madre.

E a proposito di poesia, in mezzo a tanto cinema dell’est è spuntato anche un interessante documentario firmato da quattro autori italiani: Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana che hanno convogliato il loro talento su Nella colonia penale, indagine sulle uniche tre, ancora esistenti, colonie penali attive, tutte situate in Sardegna. Case di lavoro all’aperto, con i detenuti che si dividono fra le mura della cella e il lavoro; colonie penali nascoste in luoghi quasi inaccessibili dove i detenuti coltivano la terra, allevano animali da pascolo, svolgono compiti di manutenzione della stessa struttura in cui sono rinchiusi. Il lavoro scandisce il tempo, fermo e dilatato della prigionia, in cui l’uomo e animale vivono a stretto contatto; è la visione di un cervo che ci dà prova di quanto la natura sia la vera padrona di quei territori e quanto invece sia illusoria quella libertà d’azione in questo documentario di pura osservazione. Non ci sono interviste che possano suggerire una qualche posizione sul tema dei diritti delle persone detenute; lo spettatore è dunque invitato a formarsi un giudizio, su questo retaggio dell’imperialismo di epoca coloniale, volgendo lo sguardo nella quotidianità assorbita dai rumori agresti di fondo e dallo stridio delle gabbie per scrutare nel tentativo di abbattere il muro tra interno ed esterno. Il film ha ricevuto meeitatamente il Premio Corso Salani a questo 37mo Trieste Film Festival.

E a proposito di premi, come in ogni festival che si rispetti anche Trieste ha avuto il suo vincitore in concorso, ovvero Fantasy della slovena Kukla (ancora una giovane donna regista) con la seguente motivazione: “Un film che intreccia realtà e fantasia con leggerezza e vivacità, che racconta una storia che trasporta il pubblico. Con accuratezza, rispetto ed empatia, esplora le sfide di essere una giovane donna in un ambiente profondamente tradizionale.”. Gran finale poi con la regista ungherese Ildikó Enyedi che ha ricevuto il premio Eastern Star Award della 37ma edizione del Trieste Film Festival prima della proiezione del film Silent Friend, la sua opera più recente già in concorso a Venezia. Least but not last il simpatico riconoscimento Cinema Warrior 2026 assegnato a U Cinemittu, ovvero il cinema più piccolo d’Italia, con una saletta da dodici posti, che ha rivitalizzato il borgo di Longone Sabino, in provincia di Rieti, e vede tra i suoi ideatori l’attore romano Luca Marinelli. Un premio che riconosce l’ostinazione, il sacrificio e la follia di quei “guerrieri” che combattono dietro le quinte del Cinema per il Cinema. Viva il cinema in sala!

Once Upon a Time in Sedico / Nekoč v Gorici

Di Lorenzo Codelli

Altro che “opera prima”! Le città di pianura di Francesco Sossai fa parte di un universo organico già emerso anni fa e tuttora in progress. Acclamato nel maggio scorso al Certain Regard del Festival di Cannes come non si ricordava per un film italiano, in quella sezione, dai lontani trionfi delle sei ore de La meglio gioventù (2003) di Marco Tullio Giordana.

Se ne comprenderanno il perché e il per come tramite un paio di flashback sugli “avi” del trentasettenne cineasta feltrino.

Lo sa che il Veneto è uno dei paesi con il maggior tasso alcolico?“, chiede Scarabello (Gustavo D’Arpe) a Giacinto Castellan (Gigi Ballista), scorgendo dalla macchina in corsa un ubriacone beatamente sdraiato per strada. E qui siamo appena ai cin cin iniziali dell’inebriante capolavoro con il quale il genovese Pietro Germi ha immortalato for ever, in cadenze venete, la terra di Carlo Goldoni, subito dopo aver immortalato, in cadenze mastroianniche, quella di Luigi Pirandello. Signore & Signori, sissignori, Francesco Sossai lo ha coscientemente aggiornato con Le città di pianura per i tempi beoti delle vacche meloniane.

All’altro suo “avo”, il mio carissimo amico padovano Carlo Mazzacurati, Sossai dedica il sarcastico prologo de Le città di pianura. Affida infatti il ruolo del Cavalier Fadiga (sic), che sbarca dall’elicottero per premiare il suo fedele operaio Sossai, nientemeno che a Roberto Citran. Ovvero all’icona stabile delle stupende satire agrovenete dirette da Carlo Mazzacurati, oltre che il suo commilitone di emigrazione da Padova a Roma. Sonda le radici profonde della sua odissea, interrotta ahimé troppo presto, lo storico veneto Gian Piero Brunetta nel suo nuovo opus magnum intitolato Veneto capitale del cinema e della visione. Dal cannocchiale di Galileo al cinema di Mazzacurati (Ronzani Editore, Vicenza). Tre ulteriori flashback, attraversando via via le pianure pedemontane tanto care a Francesco Sossai. Due film girati attorno a Sedico, nel bellunese, e uno a Gorizia, nella bisiacaria.

Altri cannibali (2021), un semi- horror che evoca Nel corso del tempo di Wim Wenders per la disperazione esistenziale che attanaglia tutti quanti i personaggi, anche quelli minimi che la macchina da presa inquadra per un attimo in osterie e stazioni. Fausto (Walter Giroldini), un metalmeccanico con i “lunghi capelli della morte” stile Antonio Margheriti, il quale sogna di diventare uno zombie, se già non lo è. Incontra Ivan (Diego Pagotto), un dottorando in filosofia dell’ateneo patavino. In una scena notturna attorno ad un bivacco, i due compari nell’ombra sembrano James Stewart e John Wayne in un western di John Ford. Ritroviamo la stessa intensità di rapporti umani, non detti né dicibili, a malapena intuibili, che Ermanno Olmi aveva plasmato fin dal suo primo capolavoro, Il tempo si è fermato.

Olmi filmava da sè le proprie creature disperse tra monti e vallate. Sossai si affida all’obiettivo di Giulia Schelhas, la bravissima cinematographer italo-berlinese che utilizza olmianamente sia la pellicola a 16mm che il bianco e nero. Il lungometraggio, mal distribuito in Italia dalla Vivo Film, è stato prodotto dalla Deutsche Film- und Fernsehakademie di Berlino, l’accademia in cui Sossai ha conseguito il diploma in regia. Da ciò deriva uno straniamento brechtiano che aggiunge un ulteriore livello al suo onnivoro “cannibalismo” multiculturale.

“Che facce da mostri, simili ai miei!“, affermerebbe Dino Risi se vedesse i film di Sossai, posso garantirlo. Questa dote si nota nuovamente nel cortometraggio II compleanno di Enrico (2023). Lucio (Denis Fasolo) porta il figlio Francesco (Nicola Cannarella) al compleanno di un amico in una casa perduta nei boschi. Illuminazioni iperrealiste, clima stile Edgar Allan Poe. Una vecchia mummia seduta lí in poltrona sarà ancora viva oppure no? L’ambientazione della vicenda negli ultimi giorni del 1999 si basa sui ricordi e le paure dell’autore riguardo al “Millennium Bug”. Un’altra produzione germanica per Sossai. Molto ben accolta alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes. Sossai riduce all’osso il montaggio dei suoi film, cioè li conclude ben prima che ci annoiamo, noi spettatori, idem i suoi ebbri protagonisti. Lo rifà nei 7 minuti 7 di In the Clouds of Memory. Girato, credo, in una mezza giornata attraversando, non certo a caso, strade, piazze, cinematografi abbandonati, castelli, cimiteri di Gorizia. La voce off di Atsushi Hirai in giapponese non sottotitolata è una trovata geniale.

Non sapremo mai che cosa dica esattamente, eppure capiamo tutto. Il personaggio centrale (Marco Zuin, un altro mostriciattolo) va in cerca di qualcosa di misterioso qua e là. Entra in un laboratorio col nome “Silvan Furlan” sulla porta. Un colpo al cuore per chi, come me, aveva ben conosciuto fin dagli anni ’60 lo storico e cinetecario nativo di Postumia. In ricordo del quale il Comune di Nova Gorica ha dedicato una piazza e un cinema estivo. Sapete se esistono toponomastiche comparabili nello smemorato FVG? Il protagonista del corto esce portando in borsa una bobina tratta dal film che ha visionato in moviola. Il primo piano straordinario di una diva del muto. Dai rapidissimi titoli di coda apprenderemo che si trattava di Nora Gregor, l’attrice di origine goriziana tanto cara a Silvan Furlan, così come a Jacques Feyder e Jean Renoir. Il frammento è estratto da Michael, il capolavoro queer che Carl Theodor Dreyer aveva osato girare in Germania nel 1924. Questo fulminantissimo corto di Sossai ha la purezza espressiva di Tokyo-Ga, il documentario made in Japan by Wim Wenders. La sua visita finale alla tomba di Carlo Michelstaedter – Michael & Michelstadter!! -rima con quella commossa del globetrotter tedesco al sepolcro di Ozu Yasujirō. In the Clouds of Memory costituisce la prima pala dell’imperdibile quintetto Nostro cine quotidiano / Naš vsakadanji kino, prodotto dai nostri amici di Kinoatelje a Gorizia e Nova Gorica. Per festeggiare sia la Capitale Culturale Europea 2025 che la riedizione dell’omonimo volume pubblicato dal noto cinéphile goriziano Sandro Scandolara nel 2001. Gli altri episodi: Niente si sa – Due passeggiate a Gorizia di Laura Samani; Bambi by the River di Ester Ivakič; Liebestraum di Jan Devetak; Nessuno ci crederà di Otto Lazić-Reuschel.