“Rain Catcher” vs “Blow up” Intervista con Michele Fiascaris
Di Lorenzo Codelli
Il tuo corto Rain Catcher lo avevi presentato a numerosi festival.
Nel 2018 aveva avuto la première al Festival di Sitges, e successivamente è stato presentato a Trieste Science Plus Fiction, London Short Film Festival, Bruxelles Fantastic Festival e ad altre rassegne in giro per il mondo. È stato distribuito su HBO e adesso è su Disney Plus in tutta Europa.
Avevi già allora l’idea di trarne un lungometraggio. Ci sono voluti sette anni.
Avevamo l’idea di svilupparlo in un lungo, in realtà poi c’è stato di mezzo il lockdown del covid. La sceneggiatura ha vinto alcuni premi, siamo stati selezionati da Netflix e Creative UK per il programma che si chiama Breakout, poi mai realizzato in realtà. Ciò ci ha aiutato a darci forza per portare a termine lo sviluppo del film.
Com’era nata l’idea d’una vicenda così introversa, un “fantasy noir”?
L’idea era venuta in realtà nel 2016. Io e Filippo Polesel, il mio sceneggiatore, avevamo visto online un video diventato virale: un operatore filmava una folla da distante con un obiettivo telescopico. Un uomo nella folla si gira e guarda in macchina,nonostante sia lontanissimo, con una faccia molto aggressiva o comunque intensa. Poi cammina verso la telecamera percorrendo centinaia di metri. L’operatore, colto di sorpresa,inizialmente fa zoom indietro, finché la persona non gli arriva vicino. Allora stacca la telecamera dal trepiede e scappa via. Ma in realtà era un misunderstanding, perché quel tizio non stava andando verso di lui ma verso un monumento alle sue spalle. Ma dava l’impressione di essere la storia d’un uomo spiato che si rende conto di essere osservato e vuole vendicarsi, o comunque affrontare l’operatore che lo spia. Da lì l’idea di un personaggio femminile che può comparire in diverse foto o video ma non si capisce chi sia.
Hai coinvolto diversi partner per coprodurre Rain Catcher.
La maggior parte della produzione l’abbiamo sostenuta noi. Cioè il mio produttore Filippo Polesel, che è di Venezia, e il nostro socio svedese Henrik Källsson. Poi è intervenuto un partner minoritario, una compagnia di Londra che si chiama Featuristic Films. Abbiamo avuto qualche investimento anche dall’Italia: il friulano Marco Cainero e mio fratello Alessandro.
Sei udinese ma lavori da parecchio tempo in Gran Bretagna dopo aver studiato alla London Film Academy. Tra i tuoi primi corti ricordo la sigla per un’edizione del Far East Film Festival. La tua compagnia di produzione si chiama Yellow Pill [ https://www.yellowpill.co.uk/contact/ ]
Avevo fatto anche un mediometraggio a livello semi studentesco che si chiamava Fat Cat durante gli studi alla London Film Academy. In seguito ho lavorato soprattutto in pubblicità e ho realizzato branded films per diverse compagnie internazionali. Non ho ancora girato film in Friuli, ma per il mio prossimo progetto ho un’idea perfetta per la nostra regione.
Al Festival di Karlovy Vary Rain Catcher ha ottenuto straordinarie recensioni da parte delle maggiori riviste specializzate.
Sì, abbiamo avuto delle recensioni molto positive. Damon Wise di Deadline ci ha fatto una bellissima review, idem Cineuropa. Screen Daily lo ha addirittura giudicato il miglior film della settimana. È stato un bell’inizio. Hollywood Reporter ha pubblicato una mia lunga intervista. Quale sarà la distribuzione a livello internazionale — ma anche in Italia— non lo sappiamo ancora.
Rain Catcher è un film molto londinese, ricorda i classici inglesi in bianco e nero di David Lean e Carol Reed che si svolgono di notte, nella nebbia, in angoli “bui e tempestosi”.
Lo definirei un “neo noir”. Un noir moderno che si collega con la tradizione. A me personalmente piace molto David Fincher. Per il corto mi ero ispirato molto a Seven, come look del film e come stile. Poi per il lungo ho un po’ mescolato le cose e mi sono ispirato, dal punto di vista stilistico, anche a Brian De Palma e ad altri registi. Quindi lo stile si è arricchito, rispetto al corto, dal punto di vista dei colori, della luce, ecc. Il lungo è ancora più notturno, però più colorato e più spinto. Ci sono influenze di film come Drive di Nicolas Winding Refn, o dei film di Bran De Palma anni ‘80 sul voyeurismo.
Ovviamente anche di Blow up, il capolavoro di Michelangelo Antonioni, dato che hai messo al centro il personaggio d’un fotografo professionista londinese.
Infatti, l’idea che al mio sceneggiatore e produttore Filippo Polesel e a me piaceva molto in Blow up era il tema del mistero nella foto. È bello guardare dentro una foto e scoprirne i dettagli. Abbiamo fatto riferimento anche ad altri film, ad esempio La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock e L’occhio che uccide di Michael Powell.
Come hai scelto il cinematographer e la troupe?
Con loro ho sempre lavorato assieme, sia in pubblicità che su altri corti. Il direttore della fotografia si chiama Evgeny Sinelnikov, russo di nascita ma naturalizzato inglese. È un amico da quindici anni e abbiamo lavorato insieme mille volte.
Gli attori principali come li hai scelti?
Il protagonista Dudley O’Shaughnessy era anche nel cortometraggio. Ha un look molto particolare, un’aria introversa interessante, misteriosa. Per il lungometraggio ho avuto come casting director Gary Davy che ha vinto un Emmy e ha fatto tanti film diretti dal noto artista inglese Steve McQueen, oltre alla famosa serie TV Band of Brothers prodotta da Steven Spielberg. Tra i vari attori Gary ci ha proposto Iris Law, la figlia di Jude Law. Nel prologo del film è bravissima, considerando che non ha molta esperienza. Jesse Mei Li è fantastica come co-protagonista. È nata in Inghilterra ma il padre è di Hong Kong, ed è protagonista anche della serie fantasy su Netflix Shadow and Bone. Ora sta interpretando una serie asiatica intitolata The Seasons.
Rain Catcher verrà acquisito da Netflix o da altre piattaforme?
Non lo escludo, prima spererei in una distribuzione al cinema, magari limitata. Ora lo stiamo proponendo al London Film Festival e ad altre rassegne internazionali.


